«Quel mitra apparteneva a un empolese»

EMPOLI.Il mitra che uccise Benito Mussolini, ieri è stato presentato dall'istituto Gramsci e dagli archivi albanesi: la fine che aveva fatto l'arma, un Mas 38, era uno dei misteri della storia del fascismo rimasti irrisolti. Sarebbe finito in Albania. Anche sulla provenienza del fucile mitragliatore esistono molte versioni. Ma, secondo lo studioso di storia locale, l'avvocato Giuliano Lastraioli, quel mitra apparteneva a un empolese. «Tale arma - dice Lastraioli - un Mas francese, calibro 7,65L, modello 1938, matricola F. 20830, è stata recentemente ritrovata a Tirana. Lo stesso colonnello Valerio, alias ragionier Walter Audisio, la regalò nel 1957 al compagno Enver Hoxha, allora indiscusso dittatore dell'Albania. È da revocare il serio dubbio che quella sia effettivamente l'arma usata per la soppressione di Mussolini. C'è tutta una straripante letteratura sul punto. E le cose non sono chiare».
Quello che invece sembra certo è da dove proviene il fucile mitragliatore in questione. «Fu tolto a Dongo - prosegue Lastraioli - dai partigiani che avevano fermato la colonna dei gerarchi fascisti repubblicani, a un personaggio empolese che, dopo vicissitudini romanzesche, aveva concluso la sua carriera come comandante della brigata nera di Lucca: Idreno Utimpergher. Troppo lungo sarebbe abbozzare anche una sommaria biografia di tale figura del fascismo empolese, distintasi soprattutto nel mondo sindacale, per poi finire nella famosa autoblinda fatta in casa dove Idreno fu colto, insieme a Pavolini, sulle rive del lago di Como, il fatidico 27 aprile 1945».
Idreno, stranissimo e singolare prenome, fu fucilato a Dongo il giorno successivo insieme agli altri gerarchi. «Ritengo interessante ripercorrere il suo atto di nascita - svela l'avvocato appassionato di storia - quale risulta dall'archivio di stato civile del Comune di Empoli. Questi i dati: Idreno, Marco, Benedetto Utimpergher, nato a Empoli il 9 dicembre 1901 (atto di nascita n. 569/1901), nella casa posta in via del Giglio, 19, figlio di Giovanni Utimpergher di anni 25, vetraio, domiciliato a Murano, e di Drusola di Domenico Dicomani, di anni 20. Era celibe. Con decreto reale del 4 giugno 1942 era stato autorizzato a cambiare il cognome in Utimperghe. Sicuramente non per evitare perplessità razziali, come adombra lo Zanella (L'ora di Dongo, pag. 296, nota 132), ma soltanto per italianizzare la desinenza. Non si ravvisano, infatti, ascendenze ebraiche, anche se a quei tempi ogni esotismo appariva sospetto. Un gerarca ebreo repubblichino sarebbe proprio il colmo».
Aveva un fratello, Italico, calciatore, nel ruolo di portiere e ala nell'Empoli dal 1923 al 1928.