Cercasi classe dirigente

Può non piacere il termine declino, certo è che il nostro Bel Paese da tempo è segnato da una staticità e da un invecchiamento davvero preoccupanti. È una situazione che deriva da tante cause, non tutte riconducibili alla pochezza del governo Berlusconi. La storia ci ha dimostrato come i declini siano stati in primo luogo la conseguenza dell'incapacità culturale delle classi dirigenti di promuovere gli adattamenti necessari ai cambiamenti del mondo circostante.
L'incapacità culturale è un tema emerso con forza durante i lavori della summer school sul tema "L'Europa e il futuro dell'Italia - L'Impresa, la ricerca, la sicurezza" organizzati dalla Fondazione ItalianiEuropei in un luogo invitante ai pensieri lunghi, il Borgo delle conoscenze.
Incapacità culturale significa non comprendere fino in fondo che la globalizzazione ha stravolto le carte, il mondo è più difficile da interpretare e da governare ma forse è molto più interessante. Per un mondo che cambia così velocemente occorrerebbero classi dirigenti vivaci e sveglie, capaci di coltivare il gusto della sfida e dell'innovazione rispettando principi etici e culturali. Una bella prova per l'Italia.
D'Alema ha parlato di un paese a bassa capacità di produzione e riproduzione di classi dirigenti. Non c'è dubbio, il nostro è un paese che ha prodotto le sue classi dirigenti in forma assai ristretta e secondo modelli arcaici. È possibile una inversione di tendenza? Qualche esempio nella storia d'Italia non manca. Manca però un tessuto forte di istituzioni culturali come in altri paesi europei.
In campo imprenditoriale non mancano casi eccellenti nei quali la cultura tende a divenire un asset fondamentale. È il caso di Telecom, Unicredit, Coop, Illy: casi diversi, ma tutte segnati dallo sforzo di avviare processi di modernizzazione culturale combinati all'etica di impresa. Imprese dove si sperimenta nel vivo la contaminazione fertile tra sapere umanistico, sapere tecnico e sapere manageriale: un esempio anche per altri settori della vita economica e sociale. Imprese dove si investe molto anche per la valorizzazione culturale del territorio dimostrando un salto di qualità nel modo di concepire la loro natura e il loro modo di operare.
Casi eccellenti ma non isolati; esistono tanti altri attori che vorrebbero muoversi su una stessa lunghezza d'onda, ma che mancano di risorse finanziarie e intellettuali adeguate. Anche qui, occorre fare sistema affinché le eccezioni diventino la regola nella consapevolezza che la cultura può contribuire a riconquistare una competitività perduta.
Un compito determinante spetta alla politica: l'arte del buon governo, locale e nazionale, nutrito di progettualità e di consenso, può sconfiggere rassegnazione e sfiducia, proponendo agli italiani un futuro per il quale valga la pena di uscire dal proprio particulare, impedendo quello che potrebbe delinearsi come un vero e proprio declino.
Enrico Mannari