C'è un filo rosso che unisce patriottismo e solidarietà

L'idea di patria è quanto mai viva; la sua difesa non comporta necessariamente forme di intervento armato ma coinvolge tutti i cittadini, chiamati a compiere anche scelte di impegno volontario e solidaristico. È questo il senso ultimo di due recentissimi interventi, l'uno del Capo dello Stato e l'altro della Corte costituzionale con una storica decisione depositata, per una singolare coincidenza, il giorno dopo le parole di Ciampi.
Il Presidente sottolinea il ruolo del volontariato come palestra per i giovani che intendono diventare cittadini consapevoli e attivi e riconosce nella sua organizzazione una metafora dello Stato moderno, che è sì un insieme di componenti territoriali diverse che richiedono spazio e autonomia, ma che è, o ancor prima dovrebbe essere, un progetto unitario, finalizzato a dare risposta ai bisogni della collettività.
La riflessione di Ciampi rappresenta il terreno ideale nel quale si inserisce la decisione della Corte costituzionale con cui si è respinto il ricorso della Provincia di Trento promosso contro la legge del 2002 istitutiva del servizio civile nazionale. Per comprenderne a pieno la portata innovativa conviene fare un passo indietro.
Una legge del 2000 ha previsto la progressiva professionalizzazione delle forze armate, e di conseguenza la soppressione sia della leva obbligatoria sia, insieme a quella, dell'obiezione di coscienza.
Per non disperdere il patrimonio maturato con l'esperienza del servizio civile, lo Stato è corso ai ripari introducendo una disciplina del servizio civile volontario del tutto sganciata dall'obbligo militare, ormai venuto meno. Tale disciplina è stata impugnata dalla Provincia di Trento.
Gli argomenti sui quali si fonda il ricorso sono assai semplici: una volta tagliato il tradizionale cordone ombelicale tra prestazione militare e servizio civile, e tanto più dopo le recenti riforme costituzionali che hanno riconosciuto alle autonomie territoriali un ruolo più forte che in passato, non vi sarebbe più ragione di mantenere l'organizzazione del servizio civile ancora in capo allo Stato, ma la stessa dovrebbe essere in un certo senso smembrata e diversificata a seconda delle diverse realtà territoriali.
La Corte, con la sua sentenza, respinge tale impostazione e osserva come il servizio civile debba invece continuare ad essere inquadrato all'interno delle competenze statali per la ragione che esso rappresenta una forma spontanea di adempimento del dovere costituzionale di difesa della patria. Dovere che, per la Consulta, chiama ogni cittadino ad agire non solo per imposizione di una autorità, ma anche per libera e spontanea espressione della profonda socialità che caratterizza la persona stessa.
In altre parole il dovere costituzionale di difesa della patria, rispetto al quale tradizionalmente si giustificava la previsione dell'obbligo militare, o la scelta sostitutiva dell'obiezione di coscienza, diviene ora, di fatto, il valore all'interno del quale inquadrare ogni forma di impegno solidaristico promosso e organizzato dallo Stato e finalizzato alla costruzione del bene comune.
Come si vede, c'è un filo rosso che lega l'intervento di Ciampi a quello della Consulta: una rinnovata idea di patria, forse svecchiata; da intendere non più, o non solo, come un confine da presidiare con le armi, ma come un insieme condiviso di valori, da preservare e da far crescere con il contributo volontario di tutti. In definitiva, riprendendo ancora Ciampi, un'idea secondo la quale il vero patriottismo è forza che spinge alla solidarietà.
Francesco Dal CantoProf. Ass. dir. costituz. Università di Pisa