Impariamo da Berlinguer


Il centrodestra al governo si sta cuocendo da solo, come aveva previsto Montanelli, tra insuccessi, promesse non mantenute, divisioni. Tuttavia, per sconfiggerlo, non basterà dare una spintina o puntare sulla delusione dei suoi elettori. Sarà necessaria una credibile proposta alternativa di governo. Ma non basta ancora. Per vincere occorre almeno iniziare a riparare i danni profondi che il centrodestra berlusconiano ha prodotto nelle coscienze.
Se la figura di Enrico Berlinguer, a vent'anni dalla morte, torna a far discutere, a parlare di una politica fatta di rigore, di serietà, di grandi visioni, è proprio per questo bisogno che oggi si manifesta. E ci si interroga con calore sulle intuizioni politiche di Berlinguer, sul loro carattere anticipatore: la questione morale e l'austerità, la lotta al terrorismo e il ruolo internazionale della sinistra italiana.
Ma non ci si interroga abbastanza sul valore più importante della straordinaria esperienza politica di Berlinguer: la sua popolarità, l'affetto che si manifestò in occasione del suo immenso funerale la stima grandissima che lo circondava, ben più larga dei confini del Pci e della stessa sinistra italiana.
Perché proprio Berlinguer fu il leader politico italiano più amato del dopoguerra? Se aveva carisma non era certo quello caldo del demagogo e del populista. Se era un trascinatore non lo era perché indulgesse al richiamo delle emozioni. Me lo ricordo, a Livorno, nel luglio del 1975, parlare calmo e pacato sul palco da cui lanciò l'eurocomunismo, quasi resistendo all'entusiasmo di una enorme folla che la grande piazza della Repubblica non riusciva minimamente a contenere, per ragionare in modo puntuale insieme a chi lo ascoltava.
Qual era il segreto del suo stile? Il rigore e la serietà, certo, ma, vivaddio, anche se in scarsa compagnia, non sarà stato né il primo, né l'unico uomo politico serio! Quello che aveva di unico, che la gente sentiva era la capacità, davvero rara nella politica italiana e per questo preziosa, di attingere alle sorgenti più profonde, ai valori che non cambiano ad ogni stagione - morale, giustizia sociale, responsabilità - e di trattarli come materia corrente e naturale della politica. Di fare entrare nella politica i pensieri lunghi, quelli di cui si avverte oggi, la mancanza.
A chi lo ha conosciuto e a chi ne ha solo sentito parlare, ha lasciato questo messaggio di valore inestimabile: la vera politica inizia dove finisce la tattica. L'Italia di oggi non ha bisogno solo di un nuovo governo, ma, come ha detto Fassino alla Convention della Lista Unitaria, di una nuova speranza, perché un paese senza speranza, chiunque lo governi, è destinato al declino. Per esserne capaci, lasciamoci aiutare dal ricordo di un grande italiano come è stato Enrico Berlinguer.

Claudio Frontera