domenica 21.03.2010 ore 00.37

ARCHIVIO il Tirreno dal 1997

La grande retata nell'isola del tesoro

 LIVORNO. Associazione per delinquere, peculato, corruzione, violenza privata, concussione, voto di scambio: sono solo una parte delle accuse che il sostituto procuratore Roberto Pennisi ha mosso nei confronti di dieci persone. Da ieri mattina sono in carcere il sindaco di Portoferraio Giovanni Ageno, suo figlio Nicola, l’assessore Alberto Fratti, la dirigente dell’ufficio urbanistica del Comune Sandra Maltinti e gli imprenditori Tiziano Nocentini e Marco Regano. Da un anno nel mirino, bombardata di inchieste, l’Elba è sotto choc dopo il colpo giudiziario più duro e clamoroso.  E oltre agli arrestati, altre 4 persone hanno ricevuto l’avviso di garanzia: Enrico e Giuseppe Cioni, Annunziata De Fusco e Annalisa Di Pede, i primi due imprenditori titolari della società Le Sirene, destinataria della concessione di un terreno a Portoferraio, presso la spiaggia delle Ghiaie, le altre due rispettivamente segretaria comunale e presidente della commissione consiliare demanio e patrimonio del Comune.  Un’inchiesta che, secondo quanto scritto nell’ordinanza firmata dal gip Sandra Lombardi, fa emergere una struttura politico-affaristica che aveva come scopo principale quello di delinquere.  Intercettazioni esplosive. Dal fascicolo saltano fuori intercettazioni telefoniche dove l’ex comandante dei carabinieri di Portoferraio, Salvatore Di Stefano - finito nel frattempo a sua volta in un’altra, oscura inchiesta perché avrebbe fatto sparire droga da lui sequestrata - tira in ballo ministri e sottosegretari dai quali lui stesso avrebbe ricevuto pressioni per ammorbidire l’indagine che lui seguiva in prima persona e culminata ieri con gli arresti. Di Stefano parla con un avvocato e gli dice di un colloquio avuto col magistrato che lo indaga: «Mi ha chiesto se mai ho ricevuto pressioni per il mio lavoro. Ho risposto sì, molte. Soprattutto da ministri e sottosegretari, massimi vertici dello Stato, che mi hanno telefonato alla vigilia di Natale dello scorso anno. Per fare i nomi voglio un’assistenza legale».   La cupola. Di Stefano, capitano in carriera, ha forzatamente smesso di indagare su questo ennesimo affaire Elba, è stato trasferito. Ma alle pressioni non ha mai ceduto. E’ anche grazie al suo lavoro che ieri sono state firmate le ordinanze di custodia cautelare.  Ordinanze corredate da un capo d’imputazione dettagliato e duro, dove emerge una sorta di cupola con le mani su Portoferraio. Il primo personaggio sul quale si sofferma il gip è Tiziano Nocentini, imprenditore a capo di un gruppo con 300 dipendenti che gestisce molti supermercati in maniera diretta e altri in franchising per conto di Euronics e Conad.  Lo scambio. Secondo il giudice, Nocentini sarebbe «capo e promotore della associazione per delinquere, l’uomo che avrebbe gestito nelle elezioni del 1999 il consenso per Giovanni Ageno, che lo avrebbe ricambiato con scelte pilotate dell’amministrazione comunale per favorire Nocentini». Ageno - secondo quanto scritto nel capo d’imputazione, in collaborazione con il responsabile dell’area tecnica Sandra Maltinti - avrebbe redatto il Regolamento urbanistico, il Piano del porto e quello del commercio, a scopo di favorire Nocentini. Suo figlio Nicola, invece, viene in pratica assunto sia da Nocentini, che gli affida incarichi per le opere edilizie del gruppo, sia dal Comune, visto che collabora alla stesura del Piano regolatore nella veste di architetto.  Una serie di interessi che si intrecciano: Nocentini che fa eleggere Ageno, Ageno che favorisce Nocentini purché faccia lavorare suo figlio, e Sandra Maltinti che di fatto era l’organizzatrice materiale, quella che aveva in mano lo strumento tecnico, per il quale percepisce anche un compenso di 10.291 euro. E ancora: Nicola Ageno, il tramite tra Nocentini e il Comune; Alberto Fratti, assessore che «aveva preteso il suo inserimento nell’associazione», scrive il pm; e per concludere Marco Regano, uomo di fiducia di Nocentini.  I fatti vengono riepilogati con dettaglio. Uno a uno. A partire dalla Maltinti che «costringe il costruttore Nunzio Trusso, che aveva presentato un progetto per la costruzione della caserma dei carabinieri, a dare l’incarico di progettista a lei stessa e che la pagasse 50 milioni di vecchie lire, altrimenti il progetto non avrebbe avuto iter favorevole».  Ancora una lunga serie di episodi, che vengono ripercorsi dal pm con minuzia e circostanziati, fino alla costruzione del capannone «Pacaelmo», fatto costruire senza permesso. E lo stesso giudice conclude che Nocentini e Maltinti, grazie alla loro rete di rapporti, cercavano anche «di contrastare l’attività investigativa».

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(21 febbraio 2009)

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