Da 25 anni racconta la vita della città


EMPOLI. Non lo scoraggeranno né l'avvento del digitale né la riforma Gasparri. Vittorio Falai, 76 anni, nativo di Fontanella, un quarto di secolo alla guida di Antenna 5, la storica tv locale, non ha ripensamenti: «Che si fa ora? Si va avanti, naturalmente». Imprenditore navigato, siede dietro il tavolo del suo ufficio negli studi in via Primo Maggio. Intraprendente da fare invidia a un trentenne, ne ha viste e passate tante. Nella sua carriera di uomo della televisione non c'è stato giorno migliore o peggiore.
«Ogni giorno di questi venticinque anni è stato un'avventura, da fare sempre notte al lavoro», dice soddisfatto; sua moglie Morena «ha partecipato sopportando». Gli impegni non gli hanno fatto trascurare la famiglia. Gli brillano gli occhi parlando dei sei figli: Diego e Consuelo, avvocati, Alessandra, laureata in lingue, coordina l'ufficio estero di una azienda, Miriam, Moira ed Esmeralda lavorano nella tv.
Già da giovane pensava di diventare imprenditore della televisione?
«La televisione non era nei miei piani, ma essere imprenditore sì. A 13 anni mi trovai a dover dirigere l'azienda di famiglia, una macelleria a Fontanella. Mio padre, ragazzo del '99, nel 1940 ricevette la cartolina per andare in guerra. Crescendo ho fatto tutti i mestieri. Con lo zuccherificio di Granaiolo a due passi, ho prodotto e commerciato melassa; poi ho avuto una roteria di bicchieri. Nel dopoguerra tornai in macelleria; intanto avevo aperto una confezione di biancheria con mio cognato, la Fal-Bar. Ancora con mio fratello e un cugino, fondammo uno scatolificio a Certaldo. Poi ci fu la sera famosa.
Ce la racconti.
«Era il 1977. Uscivo dal lavoro e come sempre andai a salutare mia madre. Mi disse che mi avevano cercato delle persone, volevano parlarmi di un progetto per una televisione. Decisi di imbarcarmi in questa nuova avventura; ma non sapendo come sarebbe andata, continuavo a lavorare anche nello scatolificio».
Come andarono le cose?
«Piuttosto male. Delle persone che mi avevano contattato la defezione fu quasi totale, rimanemmo solo io e mio fratello. È stato difficile far decollare il progetto; altrettanto far capire che la pubblicità, che è la nostra principale fonte di sostentamento, ha un valore aggiunto rispetto al suo costo».
E poi?
«Con mio fratello dividemmo le attività: lui lo scatolificio io la televisione. Un altro momento brutto davvero fu quando, nel 1986, arrivò la concorrenza di Telecentrotoscana. I nostri principali investitori si rivolsero alla nuova emittente. Andammo avanti, nonostante tutto».
Una nuova partenza.
«Nel 1990 Antenna 5 acquistò Firenze Tv e dagli studi in via Dino Compagni ci trasferimmo in via Primo Maggio. C'era bisogno di locali più grandi e di risistemare l'alta frequenza sul tetto».
Come vede il futuro?
«In previsione del digitale abbiamo fatto investimenti, predisponendo ponti in tutta la Toscana. Abbiamo scelto di operare in prevalenza sul Circondario ma anche su Firenze. Ora il momento è tragico per la pubblicità; la crisi è forte. L'evoluzione? La vedo nei servizi che possiamo fare al Circondario, alle istituzioni in genere. Penso anche che la vita di una tv locale sarebbe più facile se ogni Comune applicasse il criterio di legge secondo il quale il 15% del budget pubblicitario può essere destinato a radio e tv. Ma il più delle volte le amministrazioni spendono solo in manifesti».
La riforma Gasparri vi dà una mano o vi ammazza?
«A mio parere ci uccide. E' impossibile raccogliere ora più pubblicità».
Dal digitale cosa si aspetta?
«Ci siamo attivati; abbiamo la parte essenziale, anche se dobbiamo investire ancora».
Sempre avanti, dunque.
«Una notte del 1985 gli ulivi sui miei terreni, tra Fontanella e Monterappoli, furono seccati da una gelata. Era freddissimo quella notte, mi alzai e andai a vederli: avevano perso tutte le foglie. Non li distrussi; li curai, e ho ottenuto nuovi raccolti. Lo stesso con la televisione: smettere adesso sarebbe una follia».

Barbara Antoni