23 novembre 2003 —
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sezione: Piombino
SAN VINCENZO. Nato dallamore sfociato in matrimonio, fra loperaio sanvincenzino Magdalo e la sartina piombinese Albina, che abitava in località Poggetto, racconta che lui, figlio unico, emise i suoi primi vagiti proprio nella zona dove Paolo Virzì, nove anni fa girò «La Bella vita», fra i fumi delle acciaierie e lo spolverino. Spiega poi che, suo padre, ex gommista, lavoratore allIlva e appassionato di motori, sognava per il figlio un futuro a tema.
Invece lui, Daniele Govi - autore delle famose «finestre» della zona pedonale di San Vincenzo, dalle quali saffacciano personaggi famosi della storia, dello spettacolo, della cultura - è oggi un affermato artista figurativo e insegna al liceo artistico di Grosseto discipline pittoriche. Non certo per disobbedienza verso le speranze del genitore, ma solo per aver realizzato quei «sogni a colori» che, fin da ragazzino, lo conducevano verso tuttaltra strada.
La sua pittura inaugurerà la rassegna delle esposizioni che accompagneranno la stagione teatrale al Concordi di Campiglia, con Tableau de vie, maxi opera su carta, che raffigura scene di matrimonio, con gli invitati sulla spiaggia in posa per la foto di gruppo, un gatto di legno che osserva il dipinto da fuori e il ritratto di Pirandello, confuso fra gli invitati.
«Amo il teatro, a cui sono approdato fin da ragazzo, andando alla Pergola di Firenze, dove si fermavano le più grandi compagnie. Con Giorgia Macchi ho lavorato anche molto per il teatro, collaborando alla scenografia dei suoi spettacoli. Ed ho voluto, con questo mio dipinto per il Concordi, rappresentare il teatro della vita».
Da cosa ha tratto ispirazione per il soggetto?
«Da una fotografia dei miei nonni, scattata il giorno della festa per le nozze doro, immaginando che il bouquet della sposa, uscisse dal pannello, per andare a posarsi in mano alla nonna, dipinta insieme al nonno in un ritratto a parte. Pirandello lho inserito nel gruppo perché, chi meglio di lui può rappresentare il teatro? Ma lho pensato girato di spalle, mentre osserva il mare, come una presenza assente».
E il gatto, filo conduttore dei suoi quadri?
«Lho lasciato, per una volta, fuori dal dipinto, ma ben presente, ad osservare la scena, da spettatore».
Veniamo ai suoi inizi. Quando ha scoperto in Daniele Govi il sacro fuoco dellarte?
«Frequentavo le scuole medie e avevo, fra i tanti insegnanti, una professoressa eccezionale, Anita Gugliesi, abruzzese sposata ad un sanvincenzino, che mi ostacolava in tutte le maniere, perché a quei tempi, si doveva lavorare soprattutto con la matematica, litaliano e le altre materie di base, mentre il disegno era considerato quasi un gioco, da concedere ai ragazzi il sabato, se avanzava del tempo. Cosa che però, accadeva rarissime volte».
In che modo la Gugliesi le impediva di disegnare?
«Strappandomi i fogli e io, ancora oggi, gliene sono grato».
Grato di averla boicottata?
«Sì, perché la sua reazione negativa, ha suscitato in me una tale ribellione, da farmi amare il disegno sempre di più. Tanto che oggi, penso addirittura che lei fosse consapevole del risvolto. Quando la invitai alla mia prima mostra, infatti, mi abbracciò dicendomi Bravo!».
Qual è stata la molla che ha portato il bambino Daniele a disegnare. La solitudine, la fantasia, la noia?
«Niente di tutto questo. Il disegno era nel mio dna e io sono vissuto in mezzo allarte. Zia Fresia, sorella di mio padre e mamma di mio cugino, il pittore Giampaolo Talani, ha sempre creato con le sue mani oggetti artistici molto belli. Uno zio, fratello di mio padre, disegnava benissimo, mia madre faceva la sarta, perciò inventava modelli e, a suo modo, era artista... Insomma la mia crescita è avvenuta a pane e arte».
Quali erano i suoi soggetti infantili, quelli che in pratica la prof. le strappava?
«Donne nude, sempre con le mani dietro la testa, perché le mani erano il mio nocciolo duro: non riuscivo a disegnarne bene i tratti».
Lei è nato a Piombino, poi si è spostato a San Vincenzo. Quando?
«Da piccolissimo, ho cambiato molte case».
Era un bambino socievole?
«Molto e minteressava un po tutto. Lunica cosa che non ho mai capito è il gioco del calcio che, ostinatamente cercavo dimparare, ma che, forse perché da piccolo ero un po cicciottello, non mi entrava proprio in testa».
Suo padre, che sognava un figlio fra i motori, avrà cercato senza dubbio di interferire nella sua scelta.
«Più che altro perché non voleva che andassi da solo a Firenze, per frequentare il liceo artistico: ero solo un ragazzino di quattordici anni, che portava ancora i calzoni corti».
Poi però lui si convinse a lasciarla andare?
«Fu grazie a mio cugino, Giampaolo, che per me allora fece davvero molto. Lui aveva diciannove anni, frequentava lAccademia e promise ai miei genitori di badare a me».
La tenne insomma sotto la sua ala?
«Mi fece praticamente da tutor e io di questo, ancora adesso gliene sono grato».
Artisticamente siete cresciuti insieme?
«Abbiamo avuto in comune i grandi maestri e siamo praticamente andati avanti nello stesso ambiente, nonostante mio cugino avesse cinque anni più di me e fosse completamente diverso come carattere. Molto più genio e sregolatezza, mentre io ero più inquadrato».
Lei ha sempre affermato che uno dei suoi grandi maestri è stato Carlo Guarnieri, grande pittore di Campiglia.
«Lho conosciuto quando avevo quattordici anni e lui era già molto vecchio, ma un grande vecchio positivo, che mi suggeriva di essere gioioso. Ho fatto tesoro dei suoi messaggi, ma solo dopo tanti anni, perché quando si è giovani, certi suggerimenti non si capiscono».
Che tipi di consigli le dava Guarnieri oltre a quello di essere gioioso?
«Mi spronava a guardarmi intorno, a svegliarmi presto la mattina, a copiare i colori della natura, come faceva lui».
Il suo carattere, nel privato, è gioioso, positivo, triste?
«Sereno».
Si dice che, nellarte, il fatto di essere contorti o di vivere nel dramma aiuti lespressione.
«Se ci sispira ai grandi artisti del passato, Van Gogh, Modigliani, Ligabue e tanti altri, spesso si trova il dramma, lartista maledetto che nella maledizione cerca limmagine. Ma ci sono un sacco di bravi artisti non maledetti, come Bonnard o Renoir, che ispirano felicità e solarità ad ogni pennellata».
Lei si ritrova più nei pittori solari?
«Decisamente sì, anche se sono sicuro che i pittori maledetti avessero altrettanta voglia di vivere».
Veniamo a Daniele Govi come insegnante.
«Insegno al liceo artistico di Grosseto dal 1986 e amo molto questa parte del mio lavoro».
Come si pone davanti ai ragazzi?
«Sono molto polemico con la scuola di adesso che sta vivendo in un grande caos. Mi trovo molto male da un punto di vista burocratico, ma sto meravigliosamente bene con i ragazzi. Loro, infatti, hanno voglia dimparare e mi trasmettono una grande carica. Al punto che, se non fosse per gli studenti, probabilmente avrei già smesso dinsegnare».
Si dice che il liceo artistico sia frequentato da perditempo. Cosa risponde a questa affermazione?
«Che non è assolutamente vero. Chi sceglie questo tipo dindirizzo, quando affronta le materie artistiche lo fa con una voglia di arrivare sconcertante. Cè nei ragazzi un entusiasmo che io purtroppo oggi non possiedo più».
Esistono ancora dei giovani con larte nel sangue?
«Tutti si nasce con una sensibilità. Se poi si ha la fortuna di avere dei maestri sensati alle elementari e, più avanti, dei professori che stimolano al linguaggio visivo, questa sensibilità può venire fuori anche in maniera forte. Chi viene al liceo artistico ha qualcosa dentro, però non sa dove può arrivare ed è compito della scuola aiutarlo».
E un insegnante amico?
«Sì, ma con rispetto».
I suoi allievi le danno del tu?
«Esigo il lei, perché io devo anche valutare ed è sempre molto difficile farlo se non cè un certo tipo di rispetto fra insegnante e alunno».
I suoi alunni le sono riconoscenti?
«Credo di sì. Se ancora oggi ci sono dei miei ex scolari trentenni, che vengono a trovarmi e mi ringraziano per ciò che ho fatto per loro, significherà pur qualcosa».
Parliamo della sua pittura e del gatto, filo conduttore dei dipinti di Daniele Govi.
«Qualcuno mi ha detto Tu dipingi i gatti però non li ami. E questo qualcuno probabilmente non mi ha mai visto accarezzare un felino, come invece accade, tantè che le mie mani sono sempre graffiate. Però io non posso tenere gatti con me, vivo perennemente fuori casa».
Non ha mai avuto animali?
«Da bambino amavo i cani, anche se non ne ho mai posseduto uno e giocavo con il cocker di mio cugino Giampaolo. Come compagno di vita nella pittura però midentifico di più nel gatto».
Come mai?
«Forse perché ha una fisionomia così trascendentale, spirituale e unambiguità che me lo avvicina».
A San Vincenzo lei ha ancora molti amici?
«Abbastanza, ma ormai ognuno ha la sua vita e io, con il mio paese, sto coltivando una specie damore- odio».
Su che base?
«Ho visto la sua faccia cambiare troppo e non mi ci sento più completamente a mio agio. Tanto che, il mare che io dipingo, non è quello di adesso, ma il mare dellinfanzia».
Se potesse, con una bacchetta magica ridisegnare il suo paese dove interverrebbe?
«Il mio paese lho dipinto tante volte poiché, rispetto alla fotografia, la pittura ha una marcia in più, con i pennelli diventa tutto più poetico. Così, quando io vado sulla spiaggia e vedo dei palazzi che non mi piacciono, con il pennello li cancello. Ci lascio invece la torre, il Comune e tutto ciò che di San Vincenzo mi piace.
Spero, fra laltro che non distruggano, come invece accadrà, almeno a quanto mi ha comunicato allarmata la mia amica Giorgia Macchi, il silos della Solvay».
Bisognerebbe salvare il Silos?
«Dal momento che hanno distrutto tante cose belle, dovrebbero tentare almeno di salvare ciò che rimane. Si potrebbe trasformare il Silos in teatro o in un luogo dove creare eventi culturali».