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La Croce Rossa italiana decisa a restare in Iraq

 ROMA. «Noi non ce ne andiamo. C’è ancora molto lavoro da fare. I ragazzi sono tranquilli, molto motivati: nessuno ha chiesto di essere rimpatriato. Al contrario, tutti vorrebbero restare». All’indomani dell’attacco contro il quartier generale della Croce rossa internazionale a Baghdad, Maurizio Scelli, commissario straordinario della Croce rossa italiana, annuncia che la Cri non smobilita.
 «Resteremo fino a marzo, come previsto», dice Scelli. Nell’ospedale della Croce rossa italiana, a Baghdad, vengono visitate circa 300 persone al giorno. I volontari italiani sono una quarantina, che si alternano mediamente ogni mese. Domani ci sarà il cambio, e tra le 36 persone che questa notte partiranno da Roma per l’Iraq c’è pure Scelli.
 «L’attentato di ieri - spiega il commissario straordinario della Croce rossa italiana - non ha assolutamente interessato il nostro personale, che si trova in un’altra sede». Nessun danno, dunque, e neppure contraccolpi sul piano psicologico: «Siamo rimasti tutti colpiti del fatto che sia stato preso di mira il simbolo stesso della neutralità, della solidarietà. Ma da parte del nostro personale nessuna paura, niente apprensione. Di sicuro sono più preoccupati i familiari, in Italia».
Il Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) non ha ancora preso una decisione su ritirare o meno i suoi uomini da Baghdad. «Vogliamo riflettere ed abbiamo bisogno di tempo», ha affermato a Ginevra la portavoce del Cicr Antonella Notari.