Bieffe, la rabbia degli operai

CAPANNORI. Quasi due anni di crisi e di stipendi mai sicuri alla fine del mese hanno messo in ginocchio molte delle famiglie degli oltre cento operai della Bieffe Composites. Adesso, con il fallimento ormai dichiarato, alcuni di loro sperano in un recupero del posto di lavoro e si aggrappano alle trattative con la Nava; altri guardano oltre e cercano di capire se, almeno, verrà data loro la possibilità di buttarsi questi anni travagliati alle spalle e ricominciare da capo, con un altro lavoro.
«Ho lavorato alla Bieffe per sei anni - racconta Mario Saccone - ma negli ultimi tre è stato come prendere parte ad una farsa, passando continuamente da speranze a delusioni. L'entrata della holding lussemburghese prima e la scomparsa di Bizzarri poi, hanno gettato nel caos l'azienda, proprio in un momento di crisi a livello internazionale e con la concorrenza che premeva. Quando, infine, il gruppo lussemburghese ha abbandonato, era chiaro che la situazione era divenuta irrecuperabile».
«E' mancata un'adeguata politica di risanamento - dichiara un altro operaio della Bieffe, Roberto Ciaramella -; la contrazione generale del mercato certo non ci ha favoriti, ma il marchio Bieffe è sempre stato uno dei più conosciuti e apprezzati, a livello mondiale e, forse, se le varie gestioni che si sono avvicendate negli ultimi anni avessero puntato su un rilancio del piano di sviluppo e sulla qualità dei nostri prodotti, invece che sulla quantità, non saremmo arrivati a questo punto».
«L'unico momento in cui avremmo potuto recuperare - continua Ciaramella - è stato quello in cui è subentrata la Omina Plastica, alla fine del 2001; il gruppo di Castiglioni ha tentato il recupero, proponendo nuovi modelli e migliorando la qualità dei prodotti, ma non è riuscita a sanare la situazione finanziaria».
Voci su un possibile fallimento circolavano dall'autunno del 2002 e, puntuale, la cassa integrazione è arrivata pochi mesi dopo.
«Adesso il problema è occupazionale - riprende Saccone -; gli operai hanno già perso due mesi di cassa integrazione ordinaria e ora chiedono certezze alla gestione Nava, con la promessa di un reintegro di tutti i lavoratori».
«Richiamare alla produzione più di cento operai - dice Ciaramella - forse è troppo, anche per un impegno come quello in cui si sta producendo la Nava. Magari l'azienda sarà in grado di riassorbire una parte dei lavoratori, ma per quelli che dovessero rimanere fuori dal progetto di risanamento, quale scenario si presenterebbe? Proseguire con la cassa integrazione, aspettando momenti migliori, non sarebbe né giusto, né possibile. Non c'è dignità nella condizione precaria in cui ci troviamo preferiamo, piuttosto, che ci venga data la mobilità, per poter, così, percorrere altre strade».