Aerei e bombe oscurarono il sole

LIVORNO. Sono passati 60 anni tondi dal 28 maggio 1943 quando la città fu bombardata dalle fortezze volanti americane che spazzarono via interi quartieri, cancellarono strade e piazze, ponendo fine all'esistenza di tante persone, donne, anziani, bambini. Sfumarono tragicamente le speranze di chi per 3 anni aveva continuato ad aggrapparsi a fantasiose leggende ovvero che Livorno non sarebbe mai stata bombardata «perché Ciano era filo-inglese», «perché in città c'erano tanti ebrei», «perché ci viveva una delle amanti di Churchill», «perché c'era il Santuario di Montenero» venerata dagli equipaggi inglesi che nel '700 e nel primo '800 facevano spesso sosta nel porto. Il risultato dell'attacco fu spaventoso: oltre 250 morti, più di mille feriti, 170 edifici distrutti, 300 colpiti gravemente, 1300 danneggiati. Nella guerra ci furono 5 pesanti bombardamenti, 106 incursioni aree.

di Fabrizio Pini
E' il quarto anno di guerra, una guerra ormai perduta. Dal 1942 è in pieno svolgimento il bombardamento a tappeto delle città italiane. Gli apparecchi anglo-americani martellano giorno e notte Milano, Torino, Palermo, Cagliari, Napoli, Messina. A Livorno nel 1943 si infittiscono gli allarmi. Il cielo della città è diventato un'enorme aerovia in cui i bombardieri nemici scorrazzano per fortuna senza sganciare il loro carico di esplosivo. I rifugi pubblici sono pochi a male attrezzati, quelli privati, le cantine e i sottoscala, non hanno servizi, né prese d'aria, né uscite di sicurezza.
La Dicat, la nostra contraerea, conta 10 postazioni progettate quasi esclusivamente in funzione antisbarco e non per la difesa verticale. Inoltre è dotata di vecchi cannoni, residuati della prima guerra mondiale, con una gittata massima di 6.000 metri. Il comando si trova in piazza dei Domenicani. La nostra caccia si leva in volo da Metato o da Pontedera con i Macchi o i Fiat CR 42 che sono pochi, lenti e male armati. Intanto i livornesi hanno fame, molti generi di consumo sono razionati, dilaga il mercato nero.
Quel grido.Il 28 maggio cade di venerdì, splendida giornata di sole. Al mercato centrale si effettua una distribuzione straordinaria di acciughe, in via dei Materassai ci sono le solite code per acquistare pane e carbone, al Parterre i bambini già in vacanza giocano, sul viale a mare anziani seduti sulle panchine leggono «Il Telegrafo» o «Il corriere del Tirreno», sferraglia il tram da San Marco a Piazza Grande. Ma dalle basi libiche, tunisine e algerine sono decollate 90 fortezze volanti che puntano dritto sulla costa dell'Alto Tirreno: è già successo altre volte, ma Livorno non è mai stata attaccata seriamente. Alla sala operativa della Dicat giunge una telefonata dal posto di avvistamento di Montaccio, a Montenero. È una voce spaventata, non segue la procedura, si limita a gridare: «Grosse formazioni di quadrimotori americani stanno arrivando dal mare, vengono verso Livorno. Ripeto, decine di bombardieri vengono dritti verso noi». L'urlo assordante delle sirene entra in azione alle 11.25. Dalle botteghe escono i commercianti, la gente invade le strade. C'è ancora tanta gente per strada quando una prima ondata di 44 fortezze volanti oscura il cielo, sono le 11.28.
Il disastro.Il rombo dei motori all'inizio appena impercettibile cresce, diventa più assordante. Gli aerei, i Boeing B 17 e i B 24 Liberator, arrivano divisi in due gruppi di 26 e 18 aerei e attaccano l'Anic, la Stazione Marittima, il Cantiere, il porto, la zona industriale. Il primo grappolo di bombe tocca terra un minuto e mezzo dopo il lancio, centra in pieno i binari, due carri merci e un capannone alla stazione marittima. Altre bombe si abbattono su tralicci, cabine elettriche, scambi, magazzini di smistamento, uffici, altri convogli in sosta sui binari dello scalo. Un'altra raffica di bombe, un centinaio circa, arriva anche a Stagno dove enormi lingue di fuoco avvolgono l'Anic. 17 depositi di benzina sintetica su 18 sono fuori uso. L'incendio assume proporzioni colossali. Il Cantiere è devastato.
Staffette di militari motociclisti avvertono che una grossa nave, la Caralis, di 3.510 tonnellate di stazza, con 180 tonnellate di esplosivo a bordo sta andando a fuoco. L'incendio divampa dall'interno con una furia impressionante. Cola a picco un prioscafo tedesco di 8000 tonnellate, riportano danni gravi l'incrociatore ausiliario Arares, due cacciatorpediniere e la corvetta FR 52. In via Calafati in un rifugio tubolare sono affluiti portuali, marinai e tanti civili. Una bomba di 500 kg. ha demolito la struttura. I corpi tumefatti, gonfi, senza una goccia di sangue, vengono coperti con lenzuoli bianchi.
Fabbriche nel mirino.Grappoli di bombe centrano la zona industriale. È colpita in pieno la fabbrica Radiatori e poi la Raminosa, Motofides, Molini Riuniti, Bitume Alda, Metallurgica, la fabbrica di marmellata in via Varese, il maglificio Andreini di via Filzi, le manifatture Toscane. Blocchi di cemento volano via per decine di metri, i macchinari sono schiantati, i capannoni distrutti.
Alle 11.45 c'è una pausa nel bombardamento, l'acqua dei fossi è diventata scura, limacciosa. La Fortezza nuova, colpita proprio all'ultimo assalto, ha i fianchi squarciati, all'interno i cannoni della contraerea sono ancora puntati verso il cielo ma intorno i soldati della milizia non ci sono più, sono fuggiti. Le strade si rianimano, gente ansiosa corre verso casa.
Obbiettivi civili.Una grossa nube avvolge la città quando alle 12.35 arriva una seconda ondata: 46 bombardieri puntano direttamente sul centro città, in direzione ovest-nord-est, il punto di riferimento sono i fossi, utilizzati come segnali indicatori. Le bombe cadono parallelamente alle vie principali fino alla piazza della Repubblica. Questa volta gli obbiettivi sono anche gli immobili civili: il quartiere della Venezia, la via Maggi, via Marradi, via Montebello, il viale Italia, via de Larderel, piazza della Vittoria, con tutte le strade adiacenti. Nel rifugio dell'Aquila Nera sede dell'Unione Canottieri sugli Scali d'Azeglio si sono riparate un centinaio di persone. Una bomba sganciata da un B 17 scesa verticalmente lungo l'asse stradale, annienta la costruzione. I corpi sono sparsi nel grande vuoto dello scantinato. Non riusciranno più a tirarli fuori. Dopo ore di inutili tentativi, vengono gettati calce viva e cemento. In via Baiocchi, circondato dalla campagna, sorge un orfanotrofio gestito dalle suore San Vincenzo De Paoli. Sono alloggiati bambini dai 10 ai 13 anni. Al suono dell'allarme i piccoli con le suore scendono nella cantina. Cinque spezzoni, uno accanto all'altro, centrano l'edificio. Le mura cedono di schianto, travolgendo il rifugio. Le bombe erano indirizzate verso la caserma dei carabinieri di via Marradi. Un tragico errore.
Un episodio inspiegabile avviene nei pressi dell'istituto Santo Spirito. In molti sentono il sibilo di una bomba, la vedono nitidamente arrivare proprio sopra l'istituto frequentato da suore e novizie. Improvvisamente l'ordigno forse per uno spostamento d'aria cambia traiettoria e si abbatte in strada. Si apre un enorme cratere fumante, crolla un muro di cinta, i vetri sono infranti, porte e finestre divelte ma le persone restano incolumi.
Nel rifugio del palazzo delle vecchie poste, sede del Genio Civile in piazza della Repubblica angolo via Grande, un enorme cumulo di macerie ha intrappolato un centinaio di persone, ma dopo ore di lavoro invece riportano alla luce tutti i rifugiati. A poche decine di metri il pavimento della piazza della Repubblica è completamente disselciato, calcinacci sono volati da tutte le parti, trasformati in altrettanti proiettili. Gli autisti dei filobus 33 e 34 sono stati uccisi da uno spostamento d'aria provocato dall'esplosione di una bomba. Un altro filobus sul viale Italia è fermo, gli occupanti siedono ancora ai loro posti: il cono d'aria di una bomba li ha uccisi sul colpo.
Cessato allarme.Alle 14.03 la Dicat può lanciare il cessato allarme ma le sirene restano silenziose, le linee elettriche sono saltate. Solo alle 15.45 la gente esce dai rifugi. Lo spettacolo è impressionante: uomini e donne si aggirano fra i ruderi come automi inebetiti. Il Comune si trova a fronteggiare questa grave emergenza senza un vero e proprio piano di intervento, senza una struttura centrale in grado di coordinare le tante competenze ministeriali, senza una riserva di uomini e mezzi, senza personale per far defluire i mezzi di soccorso.
I bivacchi.Le autorità militari mettono a disposizione 10.000 scatolette di carne e 100 quintali di carne congelata. Alcune famiglie hanno acceso un bivacco vicino ai ruderi delle loro case, molte altre sfollano. 1000 si sistemano alla Fattoria Limoncino, 1000 al Sanatorio, 700 alla Padula, 2.500 alla Puzzolente, 800 alle pendici della Valle Benedetta. A Montenero il famedio, il cimitero, perfino le stalle, sono invasi dai profughi. A tarda sera un grande frastuono scuote la città. Le fiamme hanno raggiunto il deposito munizioni della nave Caralis che è esplosa. Le schegge vengono scaraventate a centinaia di metri, disseminate dalla stazione Marittima fino al Cantiere. Una di queste colpisce un ciclista: il poveretto viene decapitato.
Le vittime.A tarda sera inizia la tragica conta dei morti: un centinaio sugli scali d'Azeglio, 26 in via Baciocchi, 18 al Cantiere, 10 in via Tellini, 9 in via Mastacchi, 5 in via S.Carlo, 27 in Venezia, oltre 45 nella zona industriale (30 alla Radiatori) e poi al Porto, all'Anic dove tre vigili del fuoco muoiono carbonizzati durante i soccorsi. Il totale si ferma a 249.