ARCHIVIO il Tirreno dal 1997

Porto d’armi tolto a più di 100 pisani


 PISA. Sono più di 100 i porto d’armi tolti da questura e prefettura nell’ultimo anno a Pisa e in provincia. Una misura preventiva che intende porsi proprio contro la facilità di acquisire strumenti che, in particolari momenti, possono diventare fonti di tragedia. I drammi familiari che leggiamo spesso sulla cronaca - gli ultimi episodi sono la strage avvenuta a Milano ad opera di un giovane che, pur disturbato di mente, nessuno ha pensato a disarmare, o il fatto di Aci Castello - a Pisa mesi fa hanno visto un risvolto cruento.
Quello dell’omicidio di un noto commerciante, Aldo Bini, per mano di un vicino di casa, dopo una lunga serie di classici litigi fra confinanti.
 Sulla concessione del porto d’armi all’omicida è stata aperta poi un’inchiesta tutt’ora in atto.
 Del problema dei porto d’armi parliamo con il questore vicario, il dottor Giuseppe Gallucci, e con l’ispettore capo Antonio Panettella, dell’ufficio armi ed esplosivi della questura.
 «La gente chiede molto facilmente di avere un’arma - spiega il vicario - ma per ottenerla deve attenersi ad una serie di regole dalle quali non ci si può esimere. I rifiuti vengono accolti quasi con stupore, ma le armi rappresentano un pericolo che si può prevenire, tenendo conto comunque del fatto che chi vuole armarsi per nuocere agli altri può farlo con qualunque mezzo».
 Proprio ieri il ministro dell’interno, Giuseppe Pisano, ha annunciato che tutte le licenze rilasciate in Italia - sono 900mila - saranno sottoposte a verifica e che verrà chiesto un certificato sanitario ogni anno anche per chi ha il porto d’armi per caccia o sport.
 Il vicario spiega come funziona la legge. «Le armi - chiarisce Gallucci - sono di due tipi, corte o lunghe, per intendersi pistole o fucili, e si può essere armati per difesa personale o per diletto, cioè per caccia o tiro a segno. Il porto di pistola per difesa personale è rilasciato dal prefetto, la licenza per un fucile da caccia o per un fucile ed una pistola per diletto è demandata alla questura. Veniamo alle regole sulle armi sportive o da caccia: le licenze fissano anche i termini dell’itinerario da seguire, il più breve possibile, per portare l’arma al tiro a segno; per la caccia vanno usate solo nelle riserve e sulle specie faunistiche ammesse, delle quali la legge venatoria prevede la conoscenza; esiste anche una possibilità teorica che l’arma lunga venga rilasciata per difesa personale: riguarda ovviamente i corpi di vigilanza.
 Per la difesa personale - la questura ha un parere consultivo, la decisione poi spetta alla prefettura - la legge prevede precise condizioni: bisogna essere inncensurati, avere capacità di maneggiare le armi, non avere psicopatologie o la cosidetta assenza della capacità di abusare del titolo concesso, che vanno certificate dal medico dell’Usl sulla base delle dichiarazioni del medico di base.
 Questi requisiti valgono sia per la detenzione dell’arma solo in casa senza poterla portare fuori (tenerla per la possibilità di difendersi da eventuali aggressioni, senza arrivare all’eccesso colposo di legittima difesa che viene giudicato in sede penale) o per il vero e proprio porto d’armi. Il nulla osta è necessario anche nel caso in cui un’arma si erediti da parenti. Le licenze si possono revocare quando queste condizioni cessano, per una patologia sopravvenuta, per un incidente di caccia, per un’imprudenza nell’uso, per la caccia ad una specie protetta; quindi scatta la segnalazione alla prefettura.
 Chi comunque chiede di avere in tasca una pistola - conclude Gallucci - deve avere motivi validi e dimostrabili: essere stato oggetto di un tentativo di sequestro e temerne un altro, essere il cassiere di un’azienda o un portavalori o un gioielliere, dimostrare di svolgere un’attività e di frequentare località per cui può essere aggredito. Non basta dire di essere abbienti: bisogna dimostrarlo anche con tanto di dichiarazione dei redditi sapendo che seguirà un accertamento patrimoniale. Tutte le licenze comunque sono soggette a verfioche annuali dei requisiti».
 L’ultimo consiglio è per i medici. «Il paziente - conclude Gallucci - è tutelato dalla privacy, ma finché non si concretizzano, come nel caso di Milano, atteggiamenti di pericolosità sociale per cui si può anche ricorrere al trattamento sanitario obbligatorio».
- Candida Virgone