Petrucci, un campione boicottato per invidia


PISTOIA. Due vittorie consecutive alla Milano-Sanremo - biennio di grazia 1952- '53 - proietteranno il pistoiese Loretto Petrucci nell'olimpo delle due ruote. Come Bartali nel '39-'40 e Coppi nel '48-'49, ma con l'aggiunta che il pistoiese era andato a 40,349 chilometri all'ora, più forte di Coppi che dal '49 deteneva il record della corsa con 39,379. A coronare il tutto arrivò l'alloro nella Desgrange-Colombo che era praticamente la Coppa del Mondo del tempo. Ma l'invidia gli si mise contro e il già famoso giovane atleta dovette dire addio a successivi venturi sogni di gloria: «Probabilmente ero più bravo di altri - ricorda Loretto -, ma mi hanno fatto cadere in disgrazia».
Ed ecco che, a distanza di mezzo secolo, il nostro campione mette nero su bianco per ricordare i bei tempi e denunciare i torti.
«Petrucci, grandi imprese» è il titolo del libro, edito da Graphot, a cura di Beppe Conti. L'ex corridore vi narra la propria ascesa «fulminante e incompiuta», i trionfi e i disinganni, la gloria e gli applausi, la delusione e la rabbia. Racconta la sua fortuna di velocista e la sfortuna - sempre la sua - di chi pretendeva sfidare Coppi. Non si era accorto che il campionissimo, per essere tale, non ammetteva confronti.
«Si può essere nemici e diventare amici, ma non con Coppi - esclama con amarezza - Bartali invece è stato un gran signore nello sport e nella vita».
«Il mio Coppi, il mio Bartali», non per niente è il sottotitolo del volume-confessione da poco in libreria. «Mi sentivo forte - fa sapere ancora il nostro protagonista - vinsi perfino una volata a Grosseto con la ruota sgonfia. D'altra parte dovevo pur valere se nel '51, ventiduenne, mi ingaggiarono alla Bianchi per 5 milioni l'anno, una cifra da sogno».
Il ciclismo di allora significava passione, leggenda, forza e fatica. Coppi o Bartali era il grande dilemma, ma si doveva scegliere, a Pistoia, anche fra Petrucci e Soldani, l'uno di Gello, l'altro di Cireglio.
La Milano-Sanremo, la classica regina d'apertura, era la grande ouverture del piacere sportivo. Sanremo portava la primavera e, nel '51, portò pure il festival. Nilla Pizzi cantò «Grazie dei fior». «Grazie dei fiori», avrà certamente detto anche Loretto Petrucci, l'anno dopo e quello dopo ancora, trionfatore prepotente della mitica corsa. Furono definite quelle vittorie due diamanti sul velluto, che però gli costarono cari.
Sanremo '53: Petrucci non più con la Bianchi, ma con la Lygie. «Mentre vicino al traguardo sono in testa al gruppo, Pino Favero, un gregario di Coppi, si aggancia alla sella e mi blocca. E l'anno prima - prosegue la denuncia - al mondiale in Lussemburgo, un tal Varnajo mi prese per la maglia e mi impedì di vincere. Infine, mi "avvelenarono" con un lassativo nei panini alla Roubaix del medesimo '53, dopo che avevo trionfato a Sanremo e nella Parigi-Bruxelles».
Le occasioni mancate nella storia di Petrucci sono quasi della stessa rilevanza delle vittorie. Il grande nemico Fausto («Mi faceva escludere dai circuiti ad ingaggio», è l'ennesima accusa) lo aveva a noia, anche come consigliere: «Lascia stare la dama bianca e tieni la tua Bruna», aveva detto il nostro al neoinnamorato Coppi. Ma lui si offese. Anche per questo non furono buoni profeti i giornalisti belgi, l'indomani di Bruxelles '53: «Sarà un campionissimo - avevano sentenziato -, successore di Coppi!».
Non avevano messo in conto l'inimicizia che unita alla forza fece attaccare al ventisettenne Petrucci la bicicletta al chiodo.

Paolo Gestri