Dal «Solvay» al tempio del calcio

ROSIGNANO. Stadio «Ernesto Solvay», primi anni '80: un ragazzino di Nibbiaia, Graziano Mannari, gioca nelle giovanili biancoblù e ogni volta scava la differenza. Segna, fa segnare e si diverte: finirà al Milan, dove percorrerà la classica salita fino alla vetta della prima squadra. L'umiltà e l'impegno lo premieranno: memorabili le sassate con cui stecchì il Real Madrid al Bernabeu e la Juventus in campionato.
Oggi Graziano Mannari ha chiuso tutto quanto nello scrigno dei ricordi, ma ripensa con piacere a quegli anni. E regala qualche consiglio ai ragazzi che ci provano col calcio.
È passato tanto tempo, che cosa ricorda dei primi giorni col Rosignano?
«Quasi tutto. A partire dall'entusiasmo che, in 2ª media, provai nel calpestare per la prima volta il terreno di gioco. Non dimenticherò mai il mister e i consigli di Don Lido, per noi un secondo padre».
Già, cominciano in tanti, ma pochissimi emergono. Un consiglio da chi ha vestito la casacca del Milan stellare di Arrigo Sacchi?
«L'importante è divertirsi, senza pensare ad altro. Sbagliato è puntare subito al professionismo, contano di più la compagnia degli amici e i valori della famiglia».
Il provino. Capita a molti, che dai campi di periferia sono convocati dagli esperti per una partitella che può valere un'occasione...
«Non mi stanco di ripeterlo: bisogna fare cose semplici, dare il massimo ma senza cercare il numero. Siate voi stessi, a 15 anni certe cose vengono meglio perché sono spontanee e gli stimoli non mancano».
Il salto nelle grandi società: chi prende il treno con destinazione nord o sud Italia si sente spesso arrivato. Un errore?
«Certo. Quello è un punto di partenza e non di arrivo. Bisogna rimanere umili, vivere con tranquillità l'esperienza giorno dopo giorno: ecco la strada».
Sì, c'è però la pressione dell'ambiente. Il giro s'allarga, è inevitabile che gli adolescenti ne risentano prima e durante le partite.
«I settori giovanili dei grandi club sono molto preparati: gli allenatori sono ottimi professionisti, insegnano ai ragazzi come comportarsi in ogni situazione. Poi sta ai giocatori dare sempre il meglio».
Per tacere, poi, della settimana. Qualcuno pensa che sia di tutto riposo...
«E si sbaglia. Fare il giocatore è faticoso, perché ci sono carichi di lavoro da svolgere ad ogni allenamento. Il sabato, intanto, non si può uscire con gli amici perché la domenica si gioca. E poi c'è la scuola, la sveglia presto al mattino, la giornata lunga e quant'altro. Io, per esempio, venivo a casa ogni due mesi, non di più».
Questo per chi «vince» alla lotteria del provino. E per chi è scartato alla fatidica soglia degli Juniores? A volte è un dramma.
«No, è un falso luogo comune. Si può sempre emergere in seguito. Pensiamo a Francesco Toldo: giocava con me in Berretti, fu scartato e ricominciò dalla serie C. Oggi è portiere dell'Inter e della nazionale».
E allora, al di là del calcio giocato, che cosa offre una grande società?
«Tantissimo, a partire dal carattere: in una parola, arricchisce la crescita, perché attorno ci sono persone intelligenti che insegnano a vivere».
Allenatori e dirigenti su una sponda, scuola e istruzione sull'altra.
«Studiare è fondamentale e, su questo, mi permetto di insistere: i libri aprono la mente, insegnano a ragionare. Chi studia certe cose non solo le apprende, ma le capisce e le analizza molto meglio».
L'allenatore delle giovanili è come un padre, perché è la persona che più di tutti sta coi ragazzi e ne scopre piano piano le qualità.
«Sono d'accordo. Io, per esempio, avevo una delle bandiere del Milan: Galbiati. Era severo, ma ci voleva bene, aiutandoci a crescere nel pieno rispetto dei valori della vita. Insomma, un maestro».
Domanda semplice ma doverosa: un consiglio buono per i giovani d'oggi.
«Ai ragazzi raccomando di comportarsi per bene, lo sport è disciplina, sacrificio e rispetto degli avversari. Comunque vada, è sempre un'esperienza che merita d'essere vissuta».