30 gennaio 2003 —
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sezione: Attualità
MILANO. La «bomba» arriva nelle case degli italiani con i telegiornali allora di pranzo. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è nel suo studio di Arcore, davanti a una telecamera. Non sono ammessi giornalisti a fare domande. Cè solo lui che guarda fisso la macchina da presa, parla per sette minuti senza interruzioni e attacca i magistrati. Lo spunto è la sentenza della Cassazione che ha lasciato a Milano i processi Imi-Sir e Sme. Berlusconi parte piano ma arriva subito al nocciolo.
Spiega che la sentenza dellaltra sera è «estranea a una democrazia liberale» ed è frutto di «correnti politicizzate della magistratura». Così, aggiunge, si rischia di trasformare i processi in una «vera e propria persecuzione». «In una democrazia liberale - aggiunge - i giudici applicano la legge, non fanno politica e non fanno resistenza, resistenza, resistenza a chi è stato scelto dagli elettori per governare». Il premier usa parole dai toni durissimi. Potrebbe concedersi al botta e risposta con i cronisti, ma forse ritiene più efficace il messaggio registrato. E così procede.
Sottolinea in rischio di una «persecuzione politica» e spiega che continuerà a difendersi. «Farò fino in fondo, fino in fondo, il mio dovere - dice pacatamente - perché il governo è del popolo e non di chi vince un concorso e ora indossa una toga. Questi hanno solo il compito di applicare la legge». Berlusconi aggiunge che non si dimetterà in caso di condanna e dice che i giudici milanesi nei suoi confronti hanno messo in piedi «uninaudita catena di inchieste giudiziarie, segnate dal più ostile e prevenuto accanimento». «In una democrazia - aggiunge - nessuno è al di sopra della legge e dunque le sentenze si rispettano e si rispetta la presunzione di innocenza degli imputati. In una democrazia i giudici non fanno politica e applicano le leggi e la magistratura non si giudica da sé e non si autoassolve in ogni sede disciplinare, penale e civile, così come avviene oggi in Italia».
Poi un accenno alla riforma che potrebbe introdurre limmunità per i parlamentari. «In una democrazia chi governa per volontà sovrana degli elettori è giudicato, quando è in carica e dirige gli affari di Stato, solo dai suoi pari, dagli eletti del popolo perché la consuetudine e le leggi di immunità e garanzia lo mettono al riparo della persecuzione politica per via giudiziaria».
Quindi il capo del governo punta il dito contro «le correnti politicizzate della magistratura», ricorda lavviso di garanzia che lo aveva raggiunto a Napoli nel 1994 «sfociato poi, per assoluta mancanza di fondatezza, in una clamorosa assoluzione molti anni dopo». «Questa situazione - aggiunge - va corretta per il bene del Paese e delle sue istituzioni. Il governo è del popolo e di chi lo rappresenta, non di chi ha indossato la toga avendo vinto un concorso». Spiega, il premier, di essere «certo, sereno e orgoglioso di non aver mai commesso reati contro la morale pubblica» e pertanto, nella sua veste di imputato, di esercitare solo il suo diritto alla difesa. Quindi un riepilogo dei procedimenti penali che lo hanno interessato. «Dal momento della mia discesa in campo - afferma - contro di me e contro i dirigenti del mio gruppo, sono stati avviati 87 procedimenti, celebrate 1.561 udienze processuali, sono state effettuate 470 visite della polizia giudiziaria, sono stati asportati documenti per oltre un milione di pagine, sono stati passati ai raggi X oltre 270 conti correnti».
Brlusconi ora spiega, senza mezze misure, di voler cambiare alcune leggi. «Ho il mandato degli elettori a governare nellinteresse della sicurezza e della libertà degli italiani. Il mandato a cambiare il Paese attraverso le riforme». «Oggi - conclude - sono in gioco i principi della Costituzione, è in gioco una giustizia davvero uguale per tutti e davvero amministrata in nome del popolo italiano e non in nome e per conto di una parte politica».
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Gigi Furini