Quando le lavandaie di Vorno facevano il bucato a tutta la città Prendevano i panni sporchi il lunedì e li riportavano dopo una settimana perfettamente puliti


LUCCA. Queste due foto ritraggonospaccati della vitalucchese dei primi anni delNovecento. A prima vistasembra che fra le tematichedelle due foto non vi sia alcunaanalogia e, invece, non è vero.Un elemento comune, aben osservare, sussiste neitratti delle persone immortalatedall'obbiettivo fotografico. I due gruppi, quello femminilee quello maschile, evidenzianoentrambi persone del popolo,di una sconcertante, lodevolesemplicità, e di una importanteoperosità, fulcro dellavita lucchese dell'epoca. Nella foto al «femminile» èben visibile l'arrivo, in corsoGaribaldi, delle lavandaie diVorno intente a scaricare isacchi contenenti il bucatoben lavato. Delle «famose» lavandaie diVorno molti hanno già scritto,ma non tutti hanno evidenziatol'importante supporto cheesse portavano alle nostre «attea casa» di quell'epoca. Nelle famiglie il bucato o sifaceva tramite la conca conl'apporto di radica saponariae cenere (avete letto bene «cenere»),oppure si ricorreva alleacque limpide (così erano)del Fosso. Lavatoi comuni erano dislocatifuori porta San Donato eporta Santa Maria, mentre entrole Mura erano posti in fondoa via dei Borghi, in via delFosso e nella zona di Cittadella. Non tutte le donne potevanofare ricorso a tali sistemidi lavaggio ed ecco allora l'apportoprezioso delle lavandaiedi Vorno. Erano bravissime donnineche facevano il bucato con ilsapone di Marsiglia e che poisciacquavano nelle acque del«Rio» che scorreva nel loropaese. Ritiravano lo sporco il lunedìe ritornavano il lunedì successivocon il barroccio caricodi sacchi contenenti la biancherialinda e profumata. Ogni lavandaia aveva la suazona in città. Chi scrive ricordache a Porta di Borgo ce n'erauna chiamata Mariannina,una donnina minuta, ma diuna dinamicità notevole. Carissime «lavandaie diVorno» siete entrate, a giustacausa nella storia della nostracittà e molto vi è dovuto. Non di meno sono i contadinilucchesi ritratti in piazzaSan Michele, là dove si svolgeva,il sabato, il mercato delgrano e di altri cereali in genere. Gente di una semplicitàsconcertante ma che sapevanotrattare i propri affari inmaniera ottimale tanto bencalzava per loro il detto «scarpegrosse, cervello fino». Interessante era la procedurae la conclusione con cui siportava a termine l'affare:una robusta stretta di manosuggellava la trattativa; un attoche assumeva un impegnod'onore più di ogni altra burocraticalegalità. Una stretta di mano e poivia a brindare con un «cicchettino»nel vicino e caratteristicolocale di «Tista», dove, oltreai liquori e amari digestivi,si vendeva anche la lana,soprattutto per materassi. Quello però che risaltava inquesto scenario mercantileera quando le campane di SanMichele scandivano le ore delmezzogiorno. Allora tutte letrattative si bloccavano e tuttiquei rudi contadini si inginocchiavanoper recitare l'Angelus. Così da quelle labbra, forsepoco prima blasfeme (si sache nelle contrattazioni qualcheinnocente «moccoletto»poteva essere scappato) uscivanoora parole oranti pronunciate,almeno sembrava,con tanta fede. Come si vede, tanto per concludere,le due foto, pur nellaloro diversità tematica, accomunanoi protagonisti, uominie donne, nel contesto dellavita e della storia lucchese dell'epocae con assoluta e meritatavalidità.

Luigi Talenti