il Tirreno — 07 novembre 2001
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sezione: SPETTACOLO
Ho letto l'interessante pagina a firma di Adriano Sofri, «Lettere dalla prigionia», che dà nuovi spunti sulla personalità di Giuseppe Niccolai. L'articolo è un'occasione per capire gli umori, i sentimenti, le idee che attraversano la vita di chi, per i motivi più diversi, si trova nella condizione di recluso. La vicenda personale di Giuseppe Niccolai, la sua prigionia, ci rendono sicuramente un uomo diverso da come lo abbiamo conosciuto, forse restituiscono alla dimensione umana un uomo che per troppo tempo è stato solo catalogato dal gergo politico. Non le scrivo per aggiungere altro alla vita di Niccolai, non è questo il compito che mi riprometto né tantomeno l'ambito giusto per una riflessione storica su un uomo che, nel bene e nel male, ha fatto parte della storia di questa città dal secondo dopoguerra sino alla sua morte, ma queste brevi note vogliono richiamare all'attenzione della città la vicenda di Franco Serantini. Adriano Sofri, nel suo articolo, accenna alla tragica scomparsa del giovane anarchico, e lo fa appunto per ricordare l'intreccio delle vicende biografiche sue e di Niccolai. Approfitto di questa occasione per sollecitare una riflessione sulla storia di Franco perché mi sembra che spesso il suo caso sia citato in sottofondo non solo nella vicenda processuale di Sofri, ma anche nella ricostruzione della storia della città di Pisa in quegli anni, senza mai però offrire uno spaccato umano di questo ragazzo che, sardo di nascita, trovò a Pisa la sua città d'adozione. Infatti, nessuno si domanda oggi, a distanza di quasi trent'anni, cosa può significare la tragica morte dell'anarchico Serantini - in passato con un bel libro Corrado Stajano presentò uno spaccato di questa storia («Il Sovversivo. Vita e morte dell'anarchico Serantini», Torino, 1975) - cosa rimanga della sua memoria, quali tracce di sentimenti e affetti ha lasciato Franco in chi lo conosceva e che ha avuto la fortuna di essergli amico. Sembra che richiamare la storia di questo ragazzo sollevi paure e timori di risvegliare dei fantasmi di un passato che non si vuole più ricordare. Invece, penso che sia ora di fare una corretta riflessione storica su ciò che successe a Pisa tra il 5 e il 7 maggio del 1972, di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica su come un ragazzo di vent'anni sia morto, uno dei tanti casi dell'Italia di allora, in un carcere dello Stato italiano senza alcun assistenza; sul fatto che tutti gli oggetti personali di Serantini (i libri, i diari, i vestiti), dopo la sua morte furono sequestrati dalle autorità e mai restituiti, per cui oggi non ci è possibile leggere le sue lettere e capire i sui sentimenti, le sue aspirazioni e le sue passioni. Anche lui ha vissuto, più violentemente e nel breve volgere di poche ore una condizione di recluso, ma di lui oggi non c'è più traccia, se non quella della memoria, del ricordo di coloro che lo conobbero. La Biblioteca Franco Serantini per il trentennale della scomparsa di Franco ha avviato diversi progetti per ricordarlo. Verrà ripubblicato il libro di Stajano - «Il Sovversivo» -; si svolgerà a Pisa un convegno internazionale di studi storici sugli anni Sessanta e Settanta; il Dipartimento di Storia dell'Arte ha in progetto uno stage per la produzione di un videodocumentario sulla vita di Serantini; una giovane regista teatrale di origine greca, Cristina Zoniu, sta scrivendo una piéce teatrale. Ma ciò non basta, vorremmo cogliere l'occasione per fare un appello a tutti i cittadini - e sottolineo tutti - di Pisa perché ci aiutino con testimonianze orali o scritte a ricordare Franco, la sua voglia di vivere e le sue passioni, le sue speranze per un mondo diverso. Ogni ricordo, ogni piccolo foglio, ogni foto o filmato che aiuti a ricostruire quel periodo è importante per capire e aiutare le giovani generazioni a comprendere la storia del nostro recente passato. (Franco Bertolucci è direttore della Biblioteca «Franco Serantini»)
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Franco Bertolucci