martedì 09.02.2010 ore 20.01

ARCHIVIO il Tirreno dal 1997

Teatro e cultura nei tempi di guerra: che riflettano un po' la realtà Magari affidiamo dei progetti specifici a dei giovani che stanno dimostrando di essere attenti agli eventi e ai drammi


PISA. Chiedo ospitalità al Tirreno per riprendere qui, in pubblico, una discussione iniziata all'interno del consiglio d'amministrazione del Teatro Verdi di Pisa. Ho sotto gli occhi i programmi teatrali di prosa del Verdi, del Politeama di Cascina, del teatro di Pontedera, di quello di Buti e di quello di Pomarance (curato dal Verdi di Pisa): alcuni di questi non sono ancora definiti. Mi viene subito da porre una domanda: quando sono stati pensati e organizzati? Prima o dopo il luglio scorso? Prima o dopo l'11 settembre?. Alcuni furono già imbastiti nella primavera scorsa, ma la maggior parte degli appuntamenti è stata fissata nel settembre. E allora mi viene un'altra domanda: dove vivono i nostri organizzatori culturali? Che riflesso vi è, in questi programmi, dei drammi epocali che stiamo vivendo da due mesi a questa parte? Non hanno mai sentito parlare di ciò che è accaduto a Genova a fine luglio? E di ciò che è accaduto a Manhattan a settembre? E della guerra che sempre più tragicamente ci va accerchiando? Non riesco a contentarmi della risposta per cui la produzione teatrale non riesce a montare instant plays, come invece si pubblicano gli instant books. Una programmazione più attenta, con antenne più sensibili sugli accadimenti sociali potrebbe adeguatamente sopperire anche alla carenza di produzione specifica. Sia ben chiaro, non credo affatto che in periodo di guerra si debbano dare solo produzioni seriose o penitenziali (tutto Brecht in tedesco con sottotitoli, per intenderci). Mi sembra che proprio un regista austero come Ronconi abbia giustamente detto che in tempi difficili bisogna dare cose serie che facciano riflettere, ma anche cose di puro intrattenimento (lo aveva già spiegato Truffaut tanti anni fa col delizioso film «L'ultimo metrò»): ciò che non si sopporta in questi momenti sono gli autori e i lavori che sanno guardare solo al proprio ombelico. Appaiono immediatamente vecchi e insignificanti. Purtroppo, in tutti i nostri teatri sono troppi gli appuntamenti che ci aspettano per guardare soltanto l'ombelico dell'autore o del regista. Alcuni appuntamenti che spingono alla riflessione, fortunatamente, certo ci sono, come ogni anno, ma sono ancora pochi e quasi mai strettamente connessi ad un'attualità così drammatica. E volutamente in questo intervento non voglio affrontare il tema della cultura della pace: mi limito a richiamare la necessità della riflessione sulla realtà. Penso che gli accadimenti di questi mesi e in particolare di queste settimane potrebbero trovare legittimamente posto non solo nella programmazione ordinaria (attraverso letture, messe in scena semplici e veloci, appuntamenti di incontro ecc.), ma potrebbero costituire l'asse portante di quel progetto Fare Teatro rivolto agli studenti e alle scuole che dovrebbe essere, fra l'altro, il luogo in cui integrare le sinergie fra istituzioni teatrali ancora troppo lontane. Si potrà obbiettare che è un pò così in tutte le forme dell'arte. Del resto, di fronte alla genialità mediatica dell'attacco alle torri di Manhattan, che in pochi secondi ha spazzato via cento e più anni di cinema, ogni confronto è (fortunatamente, per certi versi) impari. Ma non è del tutto vero neanche questo. Certo, se si va oggi a visitare la Biennale di Venezia, una rassegna che appariva fragile già al momento dell'inaugurazione nel giugno scorso, oggi sembra un cumulo di inutile ciarpame accumulatosi fuori tempo massimo. Appare del tutto superflua anche la rassegna my opinion in corso attualmente a Palazzo Lanfranchi (per non dire di quella di un certo Lauria, che la ha preceduta). Ma vedo che se all'Arsenale si proietta un bel video sui fatti di Genova la gente fa la fila fin da via San Martino. E il film afghano Viaggio a Kandahar, che in tempi normali nessuno avrebbe visto, sta sbancando il botteghino. Vedo anche che nella rassegna Affioramenti (voluta dal nostro Comune) conclusasi di recente alla Leopolda almeno un'opera c'era di un giovane autore (Francesco Moretti) che aveva passato il mese di agosto a riflettere (politicamente e artisticamente) su ciò che a luglio era accaduto a Genova e ha prodotto un'installazione molto intelligente, solo apparentemente ingenua. L'autore ha avuto anche fortuna: i vermi veri che si sprigionavano dalle immagini televisive di Berlusconi e Scajola sono usciti dalla cassa che li conteneva e hanno invaso lo spazio espositivo e poi, l'ultimo giorno della mostra, un'alluvione ha allagato l'intera Leopolda e vermi e Berlusconi galleggiavano su un metro d'acqua: il significato dell'opera a questo punto era chiarissimo. Ma questi sono colpi di fortuna che nessun autore può aspettarsi ogni volta Concludo: proviamo a fare o stimolare del teatro o dell'arte che rifletta almeno un poco di più la realtà che ci sta intorno. Magari affidiamo progetti specifici a dei giovani che stanno dimostrando di essere, molto più di noi, attenti agli eventi e ai drammi che ci assediano. * Vicepresidente del Teatro Verdi - Ezio Menzione *

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