Quando il basket è vita Paolo Cianfrini, 40 anni sul parquet


LIVORNO. Chi ha un minimo di memoria cestistica se lo ricorderà in via Allende, lavagnetta in mano, fronte sudata, a fianco di Mauro Di Vincenzo e Giancarlo Sacco, durante sei anni di timeout in serie A, sulla panchina lato sud della Pallacanestro Livorno, a dare istruzioni a Raf Addison, Elvis Rolle, Tony Teachey. Oppure a a Pistoia, in mezzo a miti del calibro di Ron Rowan, Leon Douglas e Dan Gay, chioccia al giovane Cesare Pancotto, negli anni d'oro dell'Olimpia marchiata Kleenex. Ma Paolo Cianfrini, livornese purosangue, uomo schietto con la pallacanestro nelle vene, non è soltanto uno degli assistenti di più lungo corso del basket toscano di serie A. E' soprattutto un allenatore di settore giovanile. Che preferisce vivere questo sport da un'angolazione sempre meno di moda e sempre più lontana dalle ribalte, immerso mani e piedi nell'insegnamento della pallacanestro. Basti pensare che in oltre dieci anni tra A1 e A2, non ha mai smesso di fare reclutamento, che dal 1981 al 2001 ha centrato 16 finali nazionali (vincendo quattro scudetti con la PL), e che adesso, nelle vesti di direttore tecnico del Galli, ha allestito una delle squadre più giovani della B2. Quest'anno per lui è arrivata un'onoreficienza che in Toscana hanno avuto solo Cacco Benvenuti, Ezio Cardaioli e Nic Salerni, il titolo di allenatore benemerito. Ed è un premio alla carriera, a quarant'anni tondi tondi passati tra palestre e panchine. «Una soddisfazione enorme, gratificante - confessa - credo sia il riconoscimento a tanti anni di lavoro». Quarant'anni iniziati, pensate un po', nella file della Libertas, passando poi da Ragusa (con la vittoria di un campionato di serie B, nel 1969), di nuovo a Livorno, maglia Barcas, a Pistoia. E poi ancora all'ombra dei Quattro Mori, stavolta sponda piellina, per tornare nuovamente all'Olimpia e fermarsi, da cinque stagioni, a San Giovanni Valdarno. Paolo, hai vissuto dal vivo un pezzo di storia della pallacanestro italiana, soprattutto di quella livornese: qual è stato il momento più bello? «Più che un momento, è un decennio. Sono gli anni che ho passato alla PL. Arrivai in via Cecconi nel 1981, stavo nel settore giovanile e allenavo il gruppo cadetti. Sapete chi c'era in quella squadra? Aprea, Aldi, Bonaccorsi, Graziani, Tosi, Oriolo, Giusfredi. Giocatori che poi sono approdati con me in prima squadra. Ah, c'era anche Massimiliano Duranti, che oggi fa l'arbitro in serie A. Nell'83 vincemmo lo scudetto cadetti e io fui premiato come miglior allenatore del settore giovanile. L'anno dopo diventai assistente in prima squadra, nell'85 vincemmo il campionato di A2. Momenti fantastici. Il più bello e allo stesso tempo il più brutto fu quando con Giancarlo Sacco sfiorammo la semifinale scudetto perdendo la serie contro Varese». Già, ricordi il canestro beffardo di Sacchetti? «Fu una di quelle partite segnate dal destino. Perdemmo dopo essere stati sempre avanti, ci giocammo la semifinale per due contropiede sbagliati banalmente, e poi con quell'ultimo tiro in ricaduta di Sacchetti. Vincere poteva significare la svolta per la PL e per tutto il movimento livornese e invece... Come l'anno dopo per lo scudetto mancato dall'Enichem». Altri tempi. Adesso però Livorno è di nuovo in A1. Ed è rinata pure la PL... «Il basket livornese dovrebbe essere d'insegna per tutta la pallacanestro italiana. Sia la Mabo che la PL hanno la cultura dei giovani, valorizzano i ragazzi fatti in casa, cresciuti nel loro vivaio, praticano reclutamento. E' importantissimo in un mondo dove gli italiani in A1 sono diventati specie protetta. Mi auguro che il pubblico livornese, che è di palato fine, capisca e apprezzi questo tipo di politica. E' la linea che deve seguire il basket italiano se vuole rinascere». Restiamo alla tua PL: che campionato potrà fare? «L'anno scorso è stata una bella sorpresa. Ha un ottimo allenatore, esperto, credo che faranno bene. Sarebbe stupendo lottassero per la promozione. Bonaccorsi? E' stata una scelta coraggiosa. Claudio è un mio pupillo, quello che è rimasto più legato a me in questi anni. Non scopro io che ha un carattere vulcanico, però è un grande, va compreso e aiutato, perchè è un giocatore che fa la differenza».

Giulio Corsi