«Forse potevo salvare Lucetti» La commovente testimonianza di un ischiano


«Fu colpito da unabomba tedesca»di Elisabetta Masso ISCHIA. Chissà se Gino Lucetti è mortosolo per un contrattempo di 2 minuti emezzo. Certo Giosué Vezzuto, zio del sindacodi Ischia Luigi Telese, a 57 anni di distanza,continua a credere che se quel giovanecarrarese, l'attentatore alla vita diMussolini, è finito sotto la bomba è per colpasua. E si lascia prendere dal magone, ingoiale ultime parole, in un borbottio informe,finge di aggiustarsi i capelli con unamano, ma solo per aver il pretesto di cancellarele lacrime dagli occhi. Colpa sua?Il libro sulla storia di Lucetti «Il dito dell'arnarchico»di Lorenzo Del Boca l'ha costrettoa ripensare a quel tempo e a lucidareil barlume di un rimorso appassionato. «Ischia deve dedicare unastrada a Gino Lucetti. Esistevia Francesco Bono, che eral'altro ragazzo ucciso insiemea lui? Deve esserci il modo di ricordareanche quel toscanoche per fatalità inconcepibile èmorto qui quando pensava cheil peggio fosse passato. Occorrerebbeuna lapide per tramandarequell'episodio e dire cheun proiettile tedesco ha spazzatovia un'intelligenza rara». Giosuè Vezzuto, oggi professoredi chimica in pensione,era figlio di una guardia delcarcere di Ischia che, una voltaliberata dai detenuti, è diventatoun centro culturale.La prigione per sua stessastruttura era stata costruitalontano dal centro abitato e occorrevauna ventina di minutia piedi per raggiungere le primecase del paese. «Io _ ricorda _ quel pomeriggiodel 17 settembre avevoappuntamento con Lucetti davantial palazzo della Casa Realechech era occupato dagliamericani e dagli ex prigionieripolitici appena liberati». Gli piaceva discutere con l'anarchicod'Avenza: «C'era ancheun greco e un albanese eun ungherese, ma il dialogocon loro non era agevole perchénon parlavano benissimol'italiano, perché sembravanotroppo sicuri delle loro idee.Urlavano, spazientivano, davanoper scontato nozioni chescontate non erano affatto. Noigiovani stavamo vivendo undramma inaudito, si sbriciolavanole idee alle quali avevamocreduto, avevamo bisognodi capire, ragionare, confrontarci.Noi volevamo parlarecon Gino Lucetti perché eracalmo, non alzava mai la voce,ci dimostrava le cose passo apasso ricominciando da capomille volte se occorreva». A quell'appuntamento Giosuénon arrivò: «Sono uscito dicasa un po' tardi e altro tempol'ho perso per strada perché, fisicamentenon ce la facevo più,non c'era niente da mangiare eio in quei tre giorni ero riuscitoa masticare qualche bucciadi patata, sentivo i muscolivuoti, impossibile non dico correre,ma nemmeno marciarespeditamente». Alle 17 Francesco Bono, cheabitava più vicino, ma che eraanche più abituato alla puntualitàessendo un militare, incontròGino Lucetti, si guardaronoin giro, videro che non arrivavanessuno e si incamminaronoverso il porticciolo e poiverso la Pagoda. All'appuntamentocon la morte. Una batteriatedesca, piazzata dietro ilmonte di Procida, aprì il fuoco,il proiettile esplose a pochi passidai due che passeggiavano.Francesco Bono fu centrato inpiedi e stramazzò a terra, GinoLucetti, evidentemente protettoun po' dal corpo dell'amico,fu raggiunto da una scheggiache gli penetrò all'altezza deldiaframma. Non morì subito,ebbe la forza di scendere alcuniscalini verso la panchina, comeper cercare un riparo e lotrovarono pochi minuti dopocon gli occhi sbarrati e il suopugno affondato nello stomacocome per tamponare l'emorragia.Giosuè Vezzuto arrivò all'appuntamentoin tempo persentire l'eco dell'espolsione eper chiedersi, per la prima volta:«Se arrivavo un po' prima liavrei salvati?»