Ecuador. Forti pressioni americane, i militari instaurano Noboa. E ora pericoli di un massacro E' fallito il «golpe degli indios» Nominato il vicepresidente, per gli indigeni è tradimento


QUITO. L'inedito «golpe degli indios» in Ecuador corre il rischio di trasformarsi in una bolla di sapone. Le alte gerarchie militari hanno ripreso il controllo della situazione dopo l'incruenta rivolta degli indigeni e dei giovani militari di venerdì, e, nel rispetto della costituzione, hanno collocato al potere il vice-presidente Gustavo Noboa al posto del presidente deposto Jamil Mahuad. Ma gli indios non ci stanno e gridano già al tradimento. Noboa, che vuol mantenere la dollarizzazione, all'origine della rivolta indigena, ha ricevuto l'appoggio dello stesso Mahuad che nel mezzo di una situazione ancora confusa ha disdegnato finora l'offerta di asilo politico da parte del Cile, preferendo restare non si sa dove, ma in Ecuador. L'ex comandante in capo delle forze armate ecuadoriane, il generale Carlos Mendoza, che durante la notte aveva gestito la situazione esplosiva in un triumvirato con il leader degli indios e con un giudice della corte suprema, ha spiegato che la pressione degli Stati Uniti è stata determinante nelle scelte delle ultime ore. Washington aveva emesso un durissimo anatema nel quale si minacciavano gli autori del golpe di «isolamento internazionale» e tutti gli ecuadoriani di «una miseria ancora peggiore». In pratica la nomina di Noboa e l'arresto di Lucio Gutierrez, capo dei giovani colonelli che hanno appoggiato gli indios nel golpe, sembra ristabilire lo status quo. Noboa, un politico di basso profilo è stato fatto presidente alle prime ore del mattino, presenti solo i vertici militari conservatori. Il leader degli indios, Antonio Vargas, si è detto «tradito», abbandonando poco dopo minacciosamente con i suoi indigeni il congresso occupato. Era stato lui a guidare assieme al colonnello Gutierrez lo strano esercito di indios con in testa corone di piume di pappagallo, donne in bombetta armate di scope e spazzoloni, e giovani militari senz'armi che in poche ore si è impadronito del parlamento, della corte suprema e infine del palazzo Carondelet. Un golpe incruento che aveva immediatamente attirato la simpatia della stragrande maggioranza della popolazione, in gravi difficoltà economiche a causa della dollarizzazione del sucre decretata il 9 gennaio scorso. Tutto questo malgrado il presidente Mahuad, ormai in fuga, avesse chiesto ai militari un bagno di sangue. I generali hanno avuto l'abilità di entrare nel palazzo del governo nel breve spazio di tempo che ha separato la fuga «per ragioni di sicurezza» del presidente democristiano, e l'arrivo dei rivoltosi. Per almeno sette ore hanno raffreddato gli animi degli indios e dei giovani ufficiali mentre da Guayaquil, maggiore città del paese e cuore economico dell'Ecuador, si precipitava a Quito il vicepresidente Noboa. Gli indios si sentono adesso estromessi dal loro stesso golpe ma non sanno cosa fare. Vargas, malgrado qualche suo collaboratore abbia già detto di non riconoscere Noboa come presidente, temporeggia nel timore di scatenare un'esplosione di violenza.