Nel ricordo del pittore Ferruccio Mataresi un quadro e una memoria drammatica «30 dicembre '43, quel rastrellamento...»


LIVORNO - «30 dicembre 1943, avevo 15 anni. Ero sfollato a Montenero con la famiglia, ma scendevo sempre in città a trovare gli amici. Quel giorno ad Ardenza Terra vidi un fuggi fuggi di gente, nell'aria il rumore degli scarponi chiodati. I tedeschi, Lensai. Scappai in via Mondolfi e mi infilai in una palazzina a due piani: salii in cima e bussai con tutta la forza che avevo alla porta, ma nessuno volle aprire. Scesi in strada, ma appena fuori mi sentii prendere per un braccio. Era un soldato nazista: ci presero in quaranta, radunandoci in piazza Sforzini e poi ci portarono in viale Mameli, alla caserma della milizia». Sono passati cinquantacinque anni, eppure Ferruccio Mataresi ricorda tutto nei minimi particolari. La paura vista con gli occhi di un ragazzo che aveva già intrapreso il cammino nel mondo della pittura frequentando lo studio di Eugenio Carraresi e avendo conosciuto da alcuni mesi a Firenze Pietro Annigoni, del quale poi sarebbe diventato l'allievo prediletto. Di quel giorno Mataresi conserva ancora un disegno: un cavallo attaccato a un barroccio incontrato a Collinaia e ritratto sul foglio preso da un taccuino che si portava sempre dietro, in una tasca. «Ci perquisirono tutti _ prosegue il racconto dell'artista livornese _ e io tenevo in tasca una scatolina di fiammiferi svedesi con dentro una lametta che mi serviva per appuntare il lapis. Addosso avevo il taccuino, mio compagno fedele di ogni giorno. C'era stato un sabotaggio alle linee telefoniche tedesche, qualcuno aveva tagliato i fili, e ce ne volle per spiegare ai soldati che quella lametta era uno strumento di lavoro e basta». Da viale Mameli a piedi fino alla Puzzolente, ostaggi nei pressi di una casa colonica, per due giorni e due notti. «Dormivo sotto un pagliaio, un contadino lì vicino ci dette da mangiare. I nazisti ci avevano detto `se ne scappa uno ne fuciliamo dieci', e a nessuno venne in mente di tentare la fuga. Poi, era il primo dell'anno, di nuovo in marcia: andammo all'Albergo Corallo, e nel piazzale un interprete che parlava italiano ci disse il motivo del rastrellamento: il sabotaggio alle linee telefoniche tedesche. E lì, finalmente, ci liberarono».Storie & Persone