Aveva perduto tutto per fare luce sull'omicidio della figlia e del suo fidanzato E' morto chiedendo la verità Renzo Rontini, infarto davanti alla questura


FIRENZE - Renzo ha finito la sua corsa dove l'aveva iniziata: a un passo dall'ingresso della questura di Firenze. Avvolto nel solito cappottino grigio un po' liso e troppo leggero per questo grande freddo, ha teso l'ultima volta la mano in cerca d'aiuto ed è morto. Da solo, per strada. Renzo Rontini ha raggiunto un obiettivo: ha ritrovato sua figlia Pia, uccisa da quello che una volta era «il mostro di Firenze» nel luglio del 1984 a Vicchio assieme al fidanzato. Per tutto il resto stava ancora aspettando. Un infarto lo ha ucciso mentre camminava in via San Gallo. I negozianti, il macellaio, gli uomini della copisteria, il rivenditore di vini e liquori che ormai avevano imparato a conoscerlo, lo hanno soccorso. Cinquanta minuti di massaggio cardiaco non sono stati sufficienti. La sua lunga battaglia è finita ieri mattina a mezzogiorno e un quarto. Il corpo coperto da un lenzuolo bianco, la strada transennata, il lampeggiante di un'ambulanza acceso, decine di poliziotti. Sembrava la scena di un delitto. Pochi attimi e di corsa è arrivato il capo della Mobile Michele Giuttari, poi la figlia Marzia in lacrime, accompagnata dal marito, il giornalista Rai Giovanni Spinoso, quindi il vice questore Gianni Luperi. Occhiate sconvolte, incredule sul corpo di quel padre che per quindici anni ha lottato per capire, sempre meglio, chi e perché avesse ucciso sua figlia e ne avesse fatto a pezzi il corpo. Ma ieri non andava in questura per collaborare a indagini. Aveva un appuntamento di lì a poco con le sole persone che erano riuscite a garantirgli la sopravvivenza. I poliziotti del sindacato che ogni mese, da gennaio, gli consegnavano un assegno di un milione. «Oggi avrebbe trovato una sorpresa - racconta uno di loro - Eravamo riusciti a raccogliere una specia di tredicesima. Gli avremmo dato tre milioni». Era vicino ad una svolta Rontini. «Era soddisfatto delle indagini che stiamo facendo, sapeva che era la strada giusta» commenta Giuttari, l'uomo che di più di ogni altro ha potuto contare sulle indicazioni di quel padre-investigatore. Ma non solo. «Anche la questione della casa stava per trovare un accomodamento». Su Renzo e sulla moglie Winnie che per cercare gli assassini della figlia hanno investito tutto fino quasi a perdere la casa, si è scatanata una gara di solidarietà. L'anno scorso il Sap aprì una sottoscrizione su una banca. «Abbiamo raccolto oltre cinquantacinque milioni. Sarebbero stati sufficienti probabilmente per andare ad una transazione». La banca creditrice si era ritirata. Restavano il debito con un privato, di un centinaio di milioni, forse si sarebbe accontentato. «Ne eravamo convinti - raccontano i poliziotti - tanto che in gennaio avevamo pensato di organizzare una festa per consegnare simbolicamente a Renzo e Winnie le chiavi della loro casa». E ancora, dopo cinque anni di attesa Renzo finalmente tra qualche settimana avrebbe ricevuto dalla Danimarca per la prima volta la pensione per aver trascorso su navi mercantili danesi buona parte della sua vita. Era a pochi metri dalla meta, Renzo. E Winnie ora è sola. Quando ha saputo per telefono dall'avvocato Patrizio Pellegrini, uno dei legale di famiglia, che Renzo se ne era andato, ha gridato, forte, e gridato ancora. «Mi restava solo lui». Ed è proprio così. Pia se la sono portata via che aveva appena 18 anni. Lui, il suo uomo, che finalmente dopo una vita insieme e un grande amore, l'aveva sposata l'anno scorso, ne aveva 68. Era malandato Renzo, soffriva da tempo di difetti alla circolazione, il cuore aveva dato problemi l'anno passato, ma non era gravemente ammalato. Fumava, mangiava poco e si curava ancora meno, ma era una roccia. Fino a qualche tempo fa. «Ultimamente era davvero provato - dice l'avvocato Giampaolo Curandai, l'altro legale di famiglia - La vicenda del genero l'aveva ferito profondamente». Spinoso e sua moglie nemmeno due settimane fa vennero portati in questura e interrogati dopo una perquisizione durata un giorno. La mobile aveva ipotizzato che il giornalista avesse manipolato alcune prove di una delle innumerevoli indagini parallele sui delitti. «Era estremamente amareggiato - conclude Curandai - Aveva vissuto quell'atto come una mascalzonata. Era convinto dell'onesta intellettuale di suo genero».

Cristina Orsini