Una baronessa e la storia di un simbolo Una «femminista» di inizio Novecento col gusto dei graffiti


COLLESALVETTI - Il monumento ai caduti di Collesalvetti porta una firma femminile: quella della baronessa Carla Celesia di Vegliasco, personaggio eclettico di artista e «femminista» che durante la Prima Guerra Mondiale fu chiamata alla direzione del movimento femminista italiano. Ma vediamo anche noi chi era questa figura singolare di femminista-arista, autrice tra l'altro dei graffiti che ornano il Monumento ai Caduti di Collesalvetti. Sicuramente un personaggio non comune, discussa oggi perchè fortemente compromessa con il Fascismo, ma certo di notevole «spessore» culturale e umano. Ecco un piccolo ritratto della baronessa Carla Celesia di Vegliasco in Lavelli De Capitani. Nata nel 1868, era una «bella figliuola» (come la descrive il marito in un libro che le ha dedicato), alta, slanciata, dalle forme perfette, dai capelli di un biondo tizianesco, occhi azzurri, profilo delicato, Figlia di un generale e di una nobildonna, si applicò con successo a tutti gli studi che erano di prammatica per una giovane dell'aristocrazia e anche qualcosa di più: letteratura, pittura, lavoro, musica. Frequentò corsi di Storia, Storia dell'Arte, Filosofia, Antichità Classiche, Storia dei Mussulmani in Sicilia. Conosceva tre lingue, francese, tedesco, inglese. Era specialmente portata per la pittura. Sotto la guida di Francesco Carcamo si perfezionò, emerse, fu segnalata, presa in seria considerazione tra le varie tendenze pittoriche della fine dell'Ottocento. Femminista ante litteram, fu presidente del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane. Sostenitrice della libertà femminile, solo «quando si presuase che un vincolo nulla avrebbe tolto alla sua indipendenza spirituale», si unì in matrimonio nel 1910 con l'amico d'infanzia che l'aveva con «speciale affetto» accompagnata in tutta la sua evoluzione culturale, Gino Lavelli de Capitani, un alto esponente fascista. Venuta la Grande Guerra la baronessa Celesia fu subito chiamata alla direzione di tutto il movimento femminile italiano. Fece un grande lavoro per le necessità sociali delle donne: organizzò la resistenza durante la guerra, difese i diritti delle donne, organizzò manifestazioni varie, si battè per il suffragio femminile. In più occasioni invitò le donne a coltivare quel «sacrosanto dono divino che è l'intelligenza». Ecco che cosa scriveva: «Non più cenerentole Sappia la donna ribellarsi nella sua casa a quelle riproduzioni esatte del passato, che hanno qualcosa dell'immobilità della morte. La donna non è un mistero infido, è un essere che ha mente e volontà, che ha quindi la necessità di occupare l'una e l'altra cosa razionalmente se non si vuole che disordinatamente l'occupi, con una attività di capriccio e salti a sbalzi o per un movente o per l'altro». Sulla soglia della vecchiaia la nobildonna si ritirò a Villa del Poggio (Villa Celesia) a Collesalvetti insieme al marito. Qui esplicò tutta la sua capacità artistica, sia nell'architettura, sia nella decorazione, rendendo il suo «nido» (una vecchia casa colonica trasformata dall'artista) un capolavoro di arte e buon gusto. La villa è quasi interamente decorata dalla mano della baronessa con stucchi e affreschi. «Alternando la vita campagnola e cittadina, modesta e quasi nascosta, proseguì la sua vita circondata dalla venerazione dei suoi» (sono parole del marito), dall'ammirazione degli amici. Morì nel 1939 e fu sepolta a Collesalvetti.