Dove va il lavoro. Flessibilità in uscita, ecco la ricetta del direttore dell'Assindustriali, Bino Bini «Tenere solo chi lavora bene» I sindacati vogliono introdurre nuovi vincoli per le imprese


PISTOIA - In un periodo di profondi cambiamenti come quello attuale, le imprese sono costrette a confrontarsi con uno scenario economico mutato e dinamico. Chi non è in grado di cogliere le opportunità di crescita che si presentano, e le mutevoli richieste del mercato, rischia di trovarsi in difficoltà. Questo il quadro tracciato dal direttore dell'Associazione degli industriali, Bino Bini, che sottolinea come nuovi spazi per la crescita dell'occupazione, possano aprirsi solo attraverso una maggiore disponibilità, da parte di tutti, ad adeguarsi alle esigenze del mercato.«E questo vale - sottolinea Bini - anche per la provincia di Pistoia che, essendo caratterizzata da una forte vocazione alle esportazioni (soprattutto verso i paesi europei), e organizzata come sistema di distretti, può risultare particolarmente flessibile e in grado di rispondere alle nuove richieste». In linea di principio quindi, l'economia locale avrebbe i mezzi per realizzare crescita e sviluppo occupazionale. Di fatto però, si sta vivendo una situazione molto diversa. Definita, da tutti i soggetti interpellati, di stagnazione. «E' vero, - risponde il direttore dell'Associazione degli industriali - c'è molta incertezza sulle prospettive. A causa di eventi nazionali e internazionali che non danno sicurezza. Ma il problema sta anche in un eccesso di rigidità del sistema del nostro paese, che impedisce di adattarsi pienamente alle leggi del mercato». Come già lamentato dai rappresentanti delle associazioni degli artigiani, anche Bini sottolinea che, per assistere ad un maggiore sviluppo economico e occupazionale, sarebbe necessario che venissero create le condizioni favorevoli, attraverso alcune riforme essenziali. Diminuizione della pressione fiscale e contributiva, sviluppo infrastrutturale e maggiore flessibilità. «Pistoia - dice il direttore - è stata classificata dall'istituto Tagliacarne, al di sotto della media nazionale, per tutti i tipi di infrastrutture a rete. Sarebbe necessario puntare con più decisione, verso una più stretta integrazione del sistema metropolitano». E, riguardo alla richiesta di maggiore flessibilità, cosa si intende? «A nostro parere - risponde Bini - gli spazi di crescita dell'occupazione esisterebbero, se tale crescita potesse avvenire senza comportare un impegno pressoché definitivo da parte dell'azienda». Flessibilità anche in uscita dunque, come chiesto da Fossa? «Certo - risponde -, magari con qualche forma di indennità o di ammortizzatori sociali. L'idea è di tenere solo chi lavora bene. Il lavoro non si crea per legge, ma solo con lo sviluppo. E lo sviluppo trova ostacoli nella rigidità». Gli industriali rilevano nell'atteggiamento dei sindacati, un eccessivo arroccamento in difesa degli occupati. «Nell'ambito del patto per il lavoro provinciale, ad esempio, - dice Bini - c'è piena disponibilità al dialogo da parte di tutti. Ma i sindacati contraddicono nei fatti quello che affermano a parole. Ci è stato sottoposto un documento che contiene solo proposte di introdurre nuovi vincoli alle imprese. Come la richiesta del blocco degli straordinari. Secondo noi il patto deve essere un documento programmatico, e non limitativo della libertà di impresa». Su questo punto interviene il vice presidente Piero Becciani: «In relazione al patto, stiamo comunque aspettando che venga fissata la data per un nuovo incontro. Riteniamo infatti che sia un mezzo importante, attraverso cui confrontarsi per esprimere le proprie idee». I problemi che l'Associazione degli industriali sottolinea a livello locale e che dovrebbero essere affrontati dal patto, sono principlamnete legati alla presenza in provincia di «prodotti maturi». Ovvero di prodotti ad alta concertrazione di manodopera ma non più competitivi, come ad esempio la maglieria, per i quali sarebbe opportuno puntare su una rivalutazione in termini di qualità e di innovazione tecnologica. «In questo senso - conclude Bini - un ruolo importante è giocato dalla formazione, intesa soprattutto come riqualificazione. Per preparare i lavoratori a nuovi tipi di produzione».

Lucia Pagliai