Anche chi esercita la libera professione può subire di riflesso una recessione dovuta alla criminalità


PISA - Ho letto l'articolo diffuso dal Sap (Sindacato autonomo di polizia) relativo all'aumento della criminalità in Pisa e provincia. Mi ha colpito la frase: senza sicurezza non vi è sviluppo e a poco servono i monumenti. Chi lavora in proprio in locali aperti al pubblico, come gli artigiani ed i commercianti, non possono sostenere il doppio prelievo ad opera dell'erario e della «microcriminalità» che può trasformarsi in «megacriminalità» se trova terreno favorevole, facendo degradare il nostro contesto economico al livello di quello meridionale laddove la criminalità la fa da padrona e la miseria che ne consegue, fornisce alla criminalità nuova manodopera. Non parliamo di come si trovano gli operatori turistici, quando i loro clienti reclamano per essere stati fatti segno di atti criminali: ne va di mezzo l'immagine della città tutta, se non dello Stato che permette certe cose. Anche chi esercita la libera professione, può subire di riflesso la recessione da criminalità diffusa: chi cessa la propria attività diventata insostenibile, non ha motivo di avvalersi dell'opera di professionisti, chi diventa povero, non può più sistemarsi la casa ecc... Se alla richiesta di repressione della criminalità la classe politica risponde erigendo «monumenti» o abbellendo le passeggiate non si sa dove si andrà a finire, perché la criminalità è anche intrusiva nei confronti del domicilio dei cittadini e delle questioni private degli stessi in ipotesi estorsiva. Naturalmente, se le cariche elettive che dirigono la cosa pubblica, vengono sempre rieletti malgrado tutto, allora è volontà della cittadinanza, condividere la loro vita con i criminali. Se questo allarme viene lanciato da professionisti anticrimine come i poliziotti, vuol dire che la misura è colma ed ogni cittadino è a rischio, meno quelli che detengono il potere, chissà perché. Vi sono criminali «da pancia troppo piena» che ingenera noia e molestano il prossimo in alternativa ai sassi lanciati dai cavalcavia, ma la stragrande maggioranza sono crimini da pancia troppo vuota. Una notevole aliquota di criminalità la si deve all'azione di extracomunitari che approfittano di leggi permissive pseudo-sociali, che permettono la permanenza in un paese che non sa neppure come fronteggiare la disoccupazione giovanile degli «indigeni». L'attrito fra cittadini ed extracomunitari, viene chiamato «razzismo» quando si sa benissimo che l'intolleranza, grazie ad anni di semina di odio, di invidia e di «lotta di classe» hanno generato insopportabilità fra italiani stessi, come sanno benissimo i poliziotti chiamati di continuo a sedare risse e i giudici dei vari tribunali oberati da processi da litigiosità. Per rimediare, ammesso che siamo ancora in tempo, bisogna recuperare il «senso di appartenenza» alla nazione che neppure gli extracomunitari che sono da noi hanno abiurato, tant'è vero che reclamano come diritto, l'esercizio di religione usi e costumi dei loro luoghi di origine. Non capisco come mai, noi italiani dobbiamo abdicare al diritto di vivere con i nostri usi e costumi, fra cui quello della criminalità tenuta a freno. Pietro Brunori