Nell'anniversario della battaglia di Piombino, uno storico racconta perché la città merita l'onorificenza La medaglia d'oro, dopo 55 anni «Il massimo riconoscimento va concesso per ristabilire la verità»


PIOMBINO - Perché alla città di Piombino, nell'immediato dopoguerra, fu negata la concessione della Medaglia d'Oro al valor militare per «l'eroica resistenza opposta dai suoi concittadini all'invasione nazista» (con queste precise parole si esprimeva il questore di Livorno il 12 settembre 1945)? Perché un generale, il comandante del presidio di Piombino, Fortunato Perni, in un promemoria indirizzato al ministero il 25 novembre 1947, aveva scritto: «Sono stato informato che la città di Piombino ha in corso pratica per la concessione di Gonfalone della medaglia d'oro al valor militare per aver combattuto e respinto attacchi tedeschi nei giorni 10 e 11 settembre 1943. Tale affermazione è contraria alla verità perché ai tedeschi tennero testa, battendoli, annientandoli e facendo i superstiti tutti prigionieri (poi rimandati in alto mare) esclusivamente reparti dell'esercito». Il rancore che questo generale nutriva verso i piombinesi (e verso i marinai) e che lo portava ad esprimersi in termini tanto drastici, aveva radici ben precise. Infatti, come egli stesso ammetteva nel medesimo promemoria, la popolazione a più riprese aveva dimostrato una profonda e irriducibile ostilità nei suoi confronti. Essa infatti, il 10 settembre 1943, «con un violento tumulto, aveva tentato di spingermi al combattimento» (è ancora il Perni che scrive) sulla base di una «errata interpretazione che (essa aveva dato) ad un mio abboccamento con ufficiali tedeschi (...) Fra la popolazione si era sparsa la voce che io avevo pattuito la cessione della città e la popolazione stessa si andava radunando sotto la sede del mio comando per impormi l'immediata cacciata dei tedeschi (...) Fui costretto ad ordinare il fuoco (...) Ripetuto il fuoco tre volte, ottenni una certa tregua del tumulto». La tregua fu raggiunta «senza disgrazie e, ripeto, senza che la volontà della folla influisse menomamente sulle mie decisioni e sulla linea di condotta che dovevo seguire nei riguardi dei tedeschi, linea di condotta che mi ero già tracciata in modo preciso e irrevocabile per gli impegni conclusi nella mattinata». Gli impegni del generale con i tedeschi - Ma quale era la linea di condotta che Perni aveva deciso di seguire e quali gli impegni assunti con gli ufficiali nazisti? All'alba del 10 settembre, quando la flottiglia tedesca si era presentata all'ingresso del porto di Piombino, proprio Perni, in accordo con il generale De Vecchi, comandante della 215a Divisione costiera, scontrandosi duramente con il comandante di Marina, che voleva rifiutare l'accesso, aveva ordinato di lasciar entrare liberamente i nazisti. Non soddisfatto, dopo qualche ora aveva tentato di destituire il capitano di fregata Capuano, colpevole di avere chiaramente manifestato l'intenzione di combattere l'invasore. Dopo le manifestazioni ostili della popolazione e dopo le sparatorie contro i civili, proprio il generale Perni, di fronte alle allarmate richieste di chiarimenti del comandante tedesco Albrand, lo tranquillizzava. Così scriveva lo stesso Albrand: «Nel pomeriggio si udirono degli spari provenienti dalla città. I civili stavano dimostrando. Il generale italiano poi avvertì di non dare peso a questi spari. Erano i suoi carri armati che sparavano sui civili». Conclusa la battaglia, il generale Perni, al pari di tutti gli altri gerarchi militari, fece perdere le proprie tracce e, quando i tedeschi occuparono la città, dopo essersi preoccupato di «tener celata alla popolazione la decisione delle forze armate di desistere dalla resistenza», si allontanava prudentemente da Piombino. I piombinesi e la battaglia - Nonostante l'evidente rancore e l'innegabile faziosità che lo animava, il generale Perni era costretto ad ammettere che, durante i combattimenti, anche i civili avevano avuto un ruolo. Scriveva infatti: «Pochi operai degli stabilimenti, circa una decina, si erano mischiati nell'interno degli stabilimenti stessi, alla truppa del maggiore Cimino, ma quale parte abbiano svolto non ho potuto sapere». Però in una relazione precedente, presentata il 5 marzo 1945 alla Commissione per l'esame del comportamento degli ufficiali generali e colonnelli all'atto e dopo l'armistizio, aveva scritto: «Col comandante tedesco intendevo raggiungere i seguenti punti: (...) 3 - che la popolazione civile non fosse soggetta a rappresaglie per l'avvenuta difesa della città, per la violenta dimostrazione ostile della mattina del 10 ed anche perché qualche gruppo, sia pure esiguo (una decina) di piombinesi aveva combattuto negli stabilimenti». Nel suo livore, il generale Perni ometteva di dire che anche i marinai avevano combattuto, che dalle batterie della Marina militare della Dicat era partito un fiume di ferro e di fuoco, tale da affondare due cacciatorpediniere, un piroscafo armato, numerosi mezzi da sbarco ed altro naviglio. E soprattutto ometteva di dire che, con i marinai, alle batterie c'erano anche i civili. In una relazione del 9 dicembre 1944, il Perni aveva scritto: «Lo spirito pubblico della città era decisamente e fortemente contrario ai tedeschi per il fondato timore di un eventuale ripristino del fascismo. (...) Il mattino del 10 settembre (...) la popolazione di Piombino, e specialmente gli operai degli stabilimenti Ilva e Magona, venuti intanto a conoscenza di quanto avevo dovuto concedere alle due unità tedesche, cominciò a riunirsi e protestare sotto il palazzo del Comando del presidio. Scesi immediatamente e affrontai la folla invitandola a sciogliersi. Essa esigeva l'immediato allontanamento delle due unità tedesche e le voleva assalire nel porto». Due pesi e due misure: Piombino punita, De Vecchi miracolato - Ma le affermazioni negative del generale Perni, anche se palesemente contraddittorie e contraddette dalle sue stesse relazioni, furono accolte tanto acriticamente che la richiesta di onorificenza avanzata dalla città di Piombino fu condannata al fallimento. Una città nettamente schierata a sinistra, impegnata in grandi lotte per la difesa del lavoro nella prima metà degli anni '50, non poteva essere vista di buon occhio da commissioni ministeriali deputate alla concessione di riconoscimenti al valor militare, di cui facevano parte anche alti ufficiali la cui carriera era iniziata con la divisa della Repubblica sociale di Salò. (segue a pagina 2)

Ivan Tognarini (*)