Andrebbe anche ricordato l'eccidio in via di Gello


PISA - Anche se con ritardo, rispondo con favore alle proposte del sindaco Floriani di aprire «un dibattito sulla ricorrenza del 2 settembre» pubblicato dalla stampa nel settembre dello scorso anno. E ormai noto che quella data del 1944, segnò, con la liberazione dell'intera città, l'inizio della sua rinascita. In quegli eventi bellici morirono 1.738 cittadini (accertati) e circa 86 furono le vittime per fucilazioni perpetuate dai tedeschi. I fatti d'importanza generale, ricordati in questi anni per la ricostruzione storica del martirio della città, mi pare, di non aver mai riscontrato uno specifico riferimento all'eccidio consumato all'interno della caserma dei Paracadutisti di Via di Gello. Gran parte delle sue strutture vennero minate e successivamente fatte «saltare» nel periodo compreso fra il mese di luglio ed il mese di agosto del 1944. Erano i giorni in cui da parte delle autorità ecclesiastiche si cercò di avanzare la richiesta per considerare Pisa «Città aperta», considerata l'importanza «universale dei suoi monumenti»; ma la richiesta fu tardiva: le truppe della V armata degli Stati Uniti si erano già attestate sulla sponda sud dell'Arno. Ricordo che allora, poco più che quattordicenne di avere vissuto in prima persona quei fatti, essendo rimasto, fra i pochi, con i miei genitori, nella nostra casa di Via di Gello posta a poche decine di metri dalla caserma stessa ed appena qualche centinaio di metri dalla palazzina di Via Giovanni Pisano, sede del Comando germanico che guidava le operazioni dei reparti tedeschi nell'area nord della città. Scrivo a memoria ed a distanza di tanti anni, ma ricordo perfettamente le devastazioni prodotte alle strutture, fra le quali, assieme ad un coetaneo, ci avventuravamo, incoscienti del pericolo rappresentato dalla decretazione del coprifuoco e dalla presenza di mine rimaste inesplose, in cerca di qualcosa da mangiare. Fu proprio durante una di queste ricerche quando individuammo alcuni cadaveri sepolti sotto un leggero strato di terra e di macerie nel breve spazio esistente fra la cucina ed il muro di cinta della caserma, lato est. Ricordo in particolare la salma di un giovane che con la divisa che allora indossavano le «guardie metropolitane» ucciso e gettato in una buca prodotta da una cannonata. Di questi ritrovamenti fu avvertito il parroco di Porta a Lucca, mons. Angelo Fontana, che con l'aiuto di qualche volenteroso, operò la rimozione delle salme. Date le circostanze ed il precipitare degli eventi bellici, non sono in grado di precisare il numero delle vittime di quelle fucilazioni, ma credo di poter dire che si trattava di persone coinvolte nei tanti rastrellamenti messi in atto dai reparti tedeschi (nei quali io stesso, pur essendo molto giovane, rimasi coinvolto in due diverse circostanze) e portati a lavorare per approntare i campi minati sulla riva dell'Arno, poi uccisi. Un autorevole contributo di conoscenza di questi eccidi potrebbe sicuramente venire proprio da mons Fontana che in quei terribili giorni del 1944 ebbe un ruolo instancabile in favore della popolazione civile rimasta nella zona di Porta a Lucca. Luciano Gambassi