28 MAGGIO 1943. Livorno subì il primo bombardamento a tappeto E dal cielo scese l'inferno Fu una carneficina: 300 morti e oltre 1000 feriti


LIVORNO - C'è una parola che è rimasta nel cuore e nella mente dei livornesi che cinquanta anni fa vissero la guerra ed è «bombardamento». Più delle adunate del Ventennio, più della «borsa nera», più dello sfollamento o dell'arrivo dei partigiani, della Liberazione o della Ricostruzione, queste parola così indecifrabile per noi, sembra aver segnato per sempre la generazione di chi ha superato o di chi è ormai attorno ai 70 anni. Sede di una importante raffineria come l'Anic, di un porto nel quale nel '38 erano attraccate quasi 8000 navi e soprattutto di un cantiere navale come il grande impianto della Odero Terni Orlando che impiegava quattromila operai e che aveva prodotto molte delle unità della Regia Marina, Livorno fu infatti una tra le città italiane che più pesantemente subirono i bombardamenti Alleati. Bombardamenti prima indirizzati su obiettivi specifici e di importanza strategica, poi, quando la città era ormai stata abbandonata, incursioni del tipo «area bombing», tese cioè a distruggere e a togliere completamente ogni capacità difensiva e produttiva ad una zona nemica. Una escalation sempre più pesante che avrebbe avuto termine solo con l'arrivo, alla metà di luglio del 1944, della 34esima Divisione della V Armata Usa che avrebbe trovato una situazione apocalittica: distrutto il 33,3 per cento degli edifici civili del centro, annientato il 100 per cento degli impianti cantieristico-portuali. Una «coventrizzazione» sistematica alla quale contribuirono largamente le mine dei genieri tedeschi in ritirata che finirono di abbattere quanto non era già stato colpito dagli aerei anglo-americani. Il bombardamento francese. I primi ad arrivare pochi giorni dopo l'avvio delle ostilità, furono gli apparecchi dell'aviazione francese. Dopo un falso allarme scattato nel giorno stesso della dichiarazione di guerra, quando due aerei sorvolarono il nord della Toscana, il 16 giugno del 1940 un apparecchio alzatosi dalla Corsica spezzonò il quartiere popolare della «Venezia», Piazza Grande e Piazza Magenta, mentre da terra gli rispondevano inutilmente le batterie anti-aeree e dal porto iniziava a fare fuoco con i suoi pezzi contraerei anche un cacciatorpediniere. Sempre spezzoni sarebbero caduti pochi giorni dopo, il 22, sul lungomare e sul grande edificio dell'Albergo Palazzo, l'hotel dove era solito prendere alloggio Galeazzo Ciano durante le sue visite in città. Assolutamente inefficaci da un punto di vista bellico - vennero colpiti i Bagni Pancaldi - gli attacchi francesi servirono solo a far irrigidire le misure per l'oscuramento e a far partire i primi gruppi di sfollati. Gli attacchi anglo-americani. Ben diversi sarebbero stati gli attacchi degli anglo-americani. Dopo un violento ma isolato bombardamento il 9 febbraio del 1941 durante il quale venne distrutta la raffineria Anic e dopo il 1942, un anno di «tregua», il 1943 sarebbe infatti passato alla storia della città come l'anno più nero. Con l'introduzione della filosofia dell'«area bombing», la distruzione sistematica cioè di intere città, Livorno sarebbe diventata rapidamente un cumulo di macerie: ad attirare gli attacchi non c'era infatti solo il Porto, il cantiere navale e la raffineria (la più grande in Italia insieme a quella di Bari) ma l'Idroscalo Zoni per gli idrovolanti e decine di fabbriche di importanza bellica come il silurificio Motofides. A tanta importanza non faceva purtroppo riscontro uguale capacità difensiva. Troppo lento per poter coprire adeguatamente tutta la tratta che gli era stata assegnata, il treno armato della Regia Marina che era stato adibito alla difesa costiera tra Livorno e La Spezia non prese mai parte attiva nel respingere le incursioni aeree, così come molto modesto fu il contributo delle batterie di terra, supportate, questo sì con efficacia, dal fuoco delle navi ferme in banchina o in rada che di volta in volta si trovarono ad essere a Livorno in occasione dei bombardamenti. Non meglio andava per le difese destinate ai civili. Così come nel resto della Penisola, i rifugi erano infatti quasi tutti solo scantinati riadattati e rinforzati, numerosi ma adatti a proteggere solo dalle schegge, dagli spezzoni e da qualche piccolo crollo di edifici. La loro vulnerabilità sarebbe drammaticamente venuta alla luce presto. Durante il peggiore dei bombardamenti, quello del 28 maggio del 1943, una bomba centrò in pieno la sede stradale di Scali d'Azeglio sotto la quale si trovava il rifugio del Palazzo dell'Aquila Nera. Vi si erano ammassate un centinaio persone e nessuno di loro sopravvisse. Il 28 maggio del 1943. Se le bombe francesi del 1940 erano state solo un avvertimento da operetta e se la distruzione della Raffineria Anic centrata dagli inglesi nel '41 era rimasta limitata alla periferia, l'incursione del 28 maggio fu violentissima. Alle 11.30 del mattino due ondate di Fortezze Volanti americane cancellarono un pezzo di città e le speranze di chi si era continuato per tre anni ad aggrappare a quattro leggende: che Livorno non sarebbe stata bombardata «perché Ciano era filo-inglese», «perché la città era piena di ebrei», «perché ci viveva una delle amanti di Churchill» e «perché - infine - c'era il santuario della Madonna di Montenero», caro anche quello agli equipaggi inglesi che nel '700 e nell '800 facevano sosta in un porto che era una vera e propria base britannica. Il risultato fu terribile: 300 morti, 1000 feriti, 170 edifici completamente distrutti, 300 gravemente danneggiati, 1300 danneggiati, l'orfanotrofio delle suore di San Vincenzo di Via Baciocchi centrato con quaranta vittime tra religiose e bambine, l'ingresso del rifugio del Palazzo dell'Aquila Nera murato vista l'impossibilità di estrarre tutti i cadaveri ridotti a brandelli, un altro centinaio di persone rimaste intrappolate e liberate solo dopo diverse ore nel rifugio del palazzo delle ex Poste, sede in quel periodo del Genio Civile. Disastro in poche righe. Un disastro che venne liquidato in poche righe dal Bollettino di Guerra n. 1099: «...Livorno, Foggia, la zona di Lucera e località della Sicilia sono state attaccate dall'aviazione nemica con il lancio di bombe ed azioni di mitragliamento. Rilevanti i danni ad edifici pubblici e fabbricati civili, con numerose vittime, a Livorno. Meno sensibili le perdite e i danni negli altri centri abitati. Durante i bombardamenti 15 apparecchi avversari sono stati abbattuti: quattro a Livorno...». Anche l'obbiettivo primario dell'incursione, quello industriale-bellico venne centrato anche se l'«aiming point», il punto di mira, non venne individuato sul porto e il cantiere navale, ma, dettaglio terrificante, direttamente sul centro della città. Suonate poco dopo le 11 del mattino, le sirene dell'allarme dettero comunque meno di mezz'ora alla gente per mettersi al sicuro, senza consentire alla nave «Caralis» carica di munizioni di mollare gli ormeggi. Sarebbe stato proprio lo scoppio di questa unità a provocare i danni maggiori al porto e al cantiere, toccati solo marginalmente dalle bombe. Colpiti in pieno furono invece - come scrisse nella sua relazione al Prefetto del 9 giugno del 1943, il podestà - «l'Anic, la Stazione Marittima, gli impianti del Porto Mediceo

Giovanni Neri