Farina ha gestito e controllato fino in fondo il sequestro dell'imprenditore bresciano Un poeta sanguinario specializzato in rapimenti


FIRENZE - Un gatto scaltro, un bandito sanguinario, un poeta. E' tutto questo il «pezzo da novanta» dell'anonima sarda che dal 17 giugno - giorno in cui la banda Moro lo ha consegnato ai latitanti subito fuori Arezzo - ha gestito, controllato, proseguito il sequestro dell'imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini. Quasi da romamzo la vita di Giovanni Farina, 47 anni, originario di Orune, in Barbagia, considerato negli anni Settanta il braccio destro della «primula rossa» dell'anonima, Mario Sale, del quale più nulla si sa ormai da anni. La carriera criminale di Farina ha come perno la Toscana. I suoi parenti si trasferiscono in continente alla fine degli anni Settanta e come base scelgono Prato (dove ancora vive una delle sorelle). Sono gli anni della grande paura, dei sequestri a ripetizione. Sospettato del rapimenti di Susanne e Sabine Kronzucher e del cuginetto Martin Wachtler (25 luglio 1980 Barberino Val d'Elsa) viene condannato per il sequestro di Dario Ciaschi (29 ottobre 1980, Lastra a Signa) e Francesco Del Tongo (18 marzo 1980, Arezzo). Ormai è lui il capo dell'anonima sarda più pericoloso, attivo non solo in Toscana ma anche in Emilia e nell'Alto Lazio. Sui miliardi recuperati attraverso i sequestri - tra i sei e i sette (soldi dei prima Anni 80) - si punta l'attenzione degli inquirenti toscani (a catturarlo sarà Antonio Maganelli, ora prefetto di Palermo, ex dirigente della sezione anti sequestri della mobile, allora diretta da Giuseppe Grassi). Ed è seguendo il filo di quel fiume di denaro che investigatori e inquirenti scoprono collegamenti, fino ad allora nemmeno ipotizzati, tra alcuni faccendieri in odore di riciclaggio e l'Anonima Sarda. Sull'asse Italia, Svizzera, Venezuela dovrebbero essere passati i miliardi parte dei quali probabilmente ancora là e investiti in strutture turistiche a Maracai dove Farina era anche riuscito a spacciarsi per un imprenditore e a fidanzarsi con la figlia del governatore della provincia venezuelana. Una carriera, però, che si bloccò con l'arresto della banda in Venezuela e, dopo qualche mese, nel 1982, con la sua cattura all'aeroporto di Bogotà, in Colombia. A dare il primo input alle indagini fu il ritrovamento nel cascinale di Montebottigli nel grossetano dove Farina negli anni Settanta trscorse parte della latitanza (sfuggì alla cattura grazie a una fuga a dir poco rocambolesca) di alcuni libretti bancari utilissimi a ricostruire il percorso fatto dal denaro. Emerse che i soldi erano stati investiti anche grazie all'aiuto di Renzo Rogai, arrestato a Caracas poco prima di Farina, un personaggio particolare, con stretti legami con il mondo delle truffe internazionali ma anche con la polizia americana e con l'Anonima sarda. Fu infatti condannato a sette anni per i rapimenti Ciaschi e Del Tongo in qualità di fiancheggiatore. Ed è in quel periodo che in un banca di Zurigo viene recuperato un miliardo depositato in una cassetta di sicurezza «congelato» poco prima che un altro sardo ne venisse in possesso. Di certo gli inquirenti di allora scoprirono il referente che i boss dell'anonima sarda fuggiti all'estero ultizzavano per i loro affari: si tratta di Bastianino Sale. Nel 1982 Farina dunque finisce in carcere a Porto Azzurro dove rimane, comportandosi come un detenuto modello fino al 1994. E' lì che Giovanni Farina intraprende la carriera di scrittore vincendo anche un terzo posto - è il 1993 - al premio letterario «Grazzi» di Bergamo con lo scritto «Per tanti anni». Ed è nel 1996 che trasferito nel carcere di Siena conquista la semi-libertà. Alcune volte rientra ma nel settembre di due anni fa scompare. Di lui non si sa più nulla fino al gennaio dell'anno successivo. Un imprenditore di Gambassi Terme viene aggredito. Sfugge al rapimento per un soffio e il procuratore aggiunto di Firenze Francesco Fleury rilancia l'allarme sequestri. «Farina è libero» annuncia. E la stagione del terrore riparte. (c.o.)

dalla redazione