31 dicembre 1997 —
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sezione: Spettacolo
DICEVA Danilo Dolci ai suoi discepoli in Sicilia: ?Il mondo ? unasola citt?, ma l'uomo ancora non lo capisce?. Lui lo aveva capito eaveva cercato una ?nuova utopia?, convinto come era che ?agendosenza un progetto, ci sprechiamo?. La morte lo ha tratto dal silenziodi cui era circondato dopo tanti ormai remoti clamori. Tantoche i pi? giovani si sono domandati chi fosse e i pi? anziani si sonosorpresi a constatare che non fosse gi? scomparso. Labilit? dellamemoria comune o destino dei pionieri? Certamente una vita piena,tumultuosa spesso, densa di esperienze e ricca di insegnamenti. Negli ultimi tempi Dolci stesso avvertiva il bisogno di tirare lesomme. Ricordava di essere arrivato nel 1952 a Partinico (venivada Trieste passando per Nomadelfia, la citt? dei ragazzi di don ZenoSaltini) e di aver trovato ?fame spaventosa e disoccupazione?.Aveva intuito che la crescita civile di quella parte del ?mondo-citt??sarebbe dipesa da due fattori: l'acqua e la cooperazione.E aveva iniziato una sua personalissima colluttazione con il sistemadi potere mafioso. Sul fronte della mafia _ la sua prima linea _ non si illuse mai diaver vinto anche se credette di esser riuscito a dissaldarne qualchepezzo. Lo scontro decisivo _ cos? pensava _ sarebbe avvenuto nelcampo dell'educazione: la scuola sperimentale di Mirto, che ha seguitofino all'ultimo, risente delle idee di Maria Montessori, ma accentuatutti i fattori di autogestione, di creativit? e di responsabilit?:? la formazione di un'autocoscienza etica come uno scudo inattaccabiledalla corrosione mafiosa. Negli anni cinquanta e sessanta,conviene ricordarlo, la cultura corrente in Sicilia ed anche a Roma,sosteneva che la mafia non esisteva affatto o era un fantasma di comododell'opposizione. Tale era ad esempio l'opinione del cardinaleRuffini, potentissimo vescovo di Palermo, che dedic? a Dolciuna ?pastorale? non propriamente benevola. Eppure bastava pocoper accorgersi che il carattere eclettico della sua ispirazione (Cristo,Budda, Ghandi) non riusciva a mortificare l'impronta religiosa chelo collocava _ lui, non cattolico _ accanto ad altre figure emblematichecome Turoldo, Balducci, l'Abb? Pierre, don Milani. Inogni caso la sua intransigenza non gli procurava amicizie altolocate,n? egli, in verit? le cercava, essendogli sufficienti, come ebbe a dire?la falce e martello di Girolamo Li Causi e... le candele di OscarLuigi Scalfaro?, due politici, avversari tra loro, che a suo avviso loavevano compreso. Insieme con i libri, la poesia, l'insegnamento, l'altro grande impegnodi Danilo Dolci fu quello della pace. Gli tocc? anche, nel 1958,un premio Lenin, di quelli che allora si dispensavano ai non comunisticompagni di strada. Ebbe pure un premio Ghandi e numerosiriconoscimenti accademici e letterari. Ma in lui agiva una motivazioneetica pi? profonda di ogni apprezzamento politico. Il suo?mondo-citt?? avrebbe cessato di esistere se non fosse stata fermatala rincorsa nucleare nella quale si scaricavano le follie della guerrafredda tra le due superpotenze. Chi ? stato nel suo ufficio al Centrostudi e iniziative di Partinico, e poi di Trappeto, ha notato la vetrinettacontenente i reperti di Hiroshima: un bamb? carbonizzato,una tegola e una bottiglia deformate dal calore. Solo il prevalere diuna visione non violenta della vita e della storia avrebbe cancellatol'incubo. Chi vorr? prendersi cura del patrimonio di cultura civiledi Danilo Dolci potr? trovare in esso materiali di grande interesseper introdurre un principio di sintesi _ il progetto, l'?urgente utopia?_ l? dove le troppe esplosioni di questo secolo hanno prodottouna globalizzazione fatta di cumuli di frammenti. C'? quindi daauspicare che non si ricomponga troppo presto il silenzio attorno aquesto autentico visionario della non violenza. La traccia che egli lasciapu? aiutare molti, anche in politica, a ritrovare la ?diritta via?che attraverso la pace e l'educazione porta alla piena affermazionedella dignit? umana.
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Domenico Rosati