Patti Smith e Bjork in uscita Con i Portishead siamo nel 2000


PATTI SMITH, «Peace and noise», Bmg Ariola. Dalla «poetessa del rock» finalmente un album che ce la riconsegna ai livelli espressivi più alti. Senz'altro più graffiante ed elettrico del cupo «Gone again» (l'opera del «ritorno», pubblicata due anni fa), il nuovo CD è una spietata fotografia degli Stati Uniti d'America tra Aids, giovani senza speranze, reduci allo sbando, suicidi di massa. Ma c'e una via di scampo nel buio che ci circonda e la Smith la individua nella musica e nella poesia. Particolarmente toccanti «Spell» e «Don't say nothing», due brani dedicati a Allen Ginsberg, il poeta recentemente scomparso. Alla realizzazione di «Last call» ha partecipato anche Michael Stipe dei REM. JANET JACKSON, «The velvet rope», Virgin. Un'opera decisamente ambiziosa, forse la più matura sul piano delle tematiche affrontate (spesso intimiste), ma troppo eclettica dal punto di vista stilistico ed eccessivamente raffinata per quanto riguarda gli arrangiamenti che limitano la spontaneità. Ci sono dance, rap, funky, ballate sensuali, rythm'n'blues, echi di Joni Mitchell, Stevie Wonder e Marvin Gaye. «I get lonely» e «Can't be stopped» ci sembrano i brani più convincenti. BJORK, «Homogenic», Polygram. Giunta al terzo capitolo del suo fantasioso libro musicale, l'islandese fornisce ancora una convincente prova dei suoi mezzi espressivi. «Homogenic» è un inno alla creatività, la stazione di un viaggio le cui tappe appaiono imprevedibili, un mosaico di suoni e atmosfere in cui c'è posto per l'elettronica, i richiami sinfonici, incursioni trip-hop. Su tutto emerge, come sempre, la voce di Bjork, ora vigorosa ora tenue, ma comunque in grado di produrre un canto magico e intrigante. PORTISHEAD, «Portishead», Polygram. Da loro ci si aspettava qualche precisa indicazione su una delle possibile strade della musica nel Duemila e il gruppo di Bristol non ha deluso le attese confermando, con il nuovo CD, di possedere mezzi tecnici e numeri creativi adeguati al compito. Rimarrà forse deluso chi pensava all'ennesima sbornia di trip-hop: con i Portishead, infatti, siamo già entrati nel nuovo millennio e all'assemblaggio musicale che ci propongono va stretta ogni etichettatura. I piani sonori si sovrappongono come in un disegno anarchico aperto ad ogni colore, dal rap agli archi; le percussioni pulsano bussando alla porta del cuore, la voce di Beth Gibbons si incunea nella materia musicale come un pesce nelle acque agitatissime delle emozioni che la nuova opera discografica suscita. (a cura di F. Carratori)