Professione fantasista in un calcio sempre più muscolare Scatto, dribbling, fiuto del gol Ecco le armi del Divin Codino


«BAGGIO? Un nove e mezzo». Michel Platini, uno che di pallone se ne intende, l'aveva detto in tempi non sospetti. Centrocampista, rifinitore, attaccante: tre ruoli da mettere nel frullatore, pigiare il pulsante ed ecco una spremuta di Roberto Baggio da Caldogno. Professione fantasista, un incompreso in questo calcio diventato muscolare, schematico, tritatutto, dove il dio denaro, il business elevato al cubo, ha cancellato bandiere, dignità, rapporti fra persone. In effetti Roby Baggio da quando mise piede sui campi di serie A (Fiorentina-Sampdoria, 21 settembre '86), a diciannove anni e mezzo, aveva libertà di operare a ridosso delle punte, le spalle protette da una cerniera di cursori e lui capace di dispensare il suo estro dalla metà campo in avanti. Con licenza di inserirsi e di andare in gol sfruttando dribbling secco, rapidità, padronanza del corpo, baricentro basso e soprattutto piedi buoni. Anche sui calci di punizione. Non a caso, lui e Borgonovo, nel 1988-'89, con la Fiorentina lanciata alla conquista di un posto in Coppa Uefa, segnarono gol a palate, 29 in due. La fantasia dei tifosi viola partorì la famosa accoppiata "B.B.", poi dimezzata l'anno successivo quando Borgonovo prese la via del Milan, anticipando di una stagione la partenza del non ancora "Divin Codino", destinazione Juventus. Uno strappo sofferto da Firenze, la città che lo aveva adottato, e che lui, idealista ma eternamente indeciso come dice il suo segno zodiacale _ l'Acquario _ non era stato capace di gestire con coraggio, personalità, gusto per la sfida. Se davvero i Pontello lo avevano costretto ad andare via, come diceva nell'estate '90 prima del mondiale italiano, sarebbe potuto rimanere per un altro campionato alla Fiorentina, visto che c'era un contratto firmato. Anche i calciatori superpagati hanno un'anima, certo, e qualcuno in passato aveva anche saputo dire di no in nome di scelte di vita, come Gigi Riva o Virdis. Ma il calcio stava cambiando, normale che un Baggio in piena ascesa allargasse i suoi orizzonti andando in un grande club, a deliziare in maglia bianconera platee ancora più importanti. Sempre fantasista, libero di agire, di dare pennellate con quei piedi magici. Un solista in campo e fuori, sempre più portato a chiudersi nel suo guscio dorato, a vivere fuori dal coro. Presente ma più spesso lontano, costretto a rincorrere i suoi guai fisici e i tormenti del carattere. E' alla Juve che Baggio ha cominciato a diventare sempre meno insostituibile e sempre più un soprammobile costoso, un vaso cinese che non sai dove mettere. Gli allenatori gli hanno voltato le spalle, anche se senza le prodezze di "Codino" l'Italia non sarebbe mai arrivata in finale ai mondiali di Usa '94. Salvò il ct Sacchi da un ritorno a casa a base di pomodori e uova marce, non gli è bastato per averlo alleato quando lo ha ritrovato al Milan, ultimo domicilio dell'eroe triste di Caldogno. Vittima a trent'anni di un fisico cigolante, di un "740" miliardario e soprattutto di un mondo dove non c'è spazio per i sentimenti e il talento puro. Tecnica e fantasia oggi sono optional. Nel calcio vitaminizzato che si avvia al Duemila servono uomini bionici, super atleti, con una spiccata resistenza fisica. Eppure Roby Baggio avrebbe ancora molto da dare, come rifinitore alle spalle di due punte vere e protetto da una solida diga di centrocampo. Ma "Codino" abita ancora qui?.

Renzo Marmugi