Strage di Piazza Fontana, Digilio racconta il trasporto del tritolo In viaggio con l'esplosivo Lo portò Zorzi da Mestre a Milano, via Padova


MILANO _ Un altro passo verso la verità. Dopo aver dato un volto e un nome agli esecutori materiali della strage, l'inchiesta su Piazza Fontana si appresta a smascherare anche il gioco di responsabilità, coperture e complicità fornite da apparati dello Stato e da organismi internazionali. A alzare il velo sui retroscena della strage del 12 dicembre 1969, ma anche su quella del maggio 1973 alla Questura di Milano, è l'ex «consulente» di Ordine Nuovo in Veneto Carlo Digilio, che con le sue rivelazioni ha permesso all'inchiesta condotta dal giudice istruttore Guido Salvini di arrivare al giro di boa. La bomba che 28 anni fa esplose nel salone centrale della Banca nazionale dell'agricoltura uccidendo 16 persone e ferendone altre 84, era stata portata in macchina da Mestre a Padova e poi fino a Milano, chiusa nel bagagliaio. A bordo dell'auto, una 1100 di proprietà di Carlo Maria Maggi, il medico veneziano arrestato nei giorni scorsi, anche Delfo Zorzi. Lo stesso che secondo la ricostruzione della procura di Milano avrebbe poi depositato l'ordigno all'interno della banca. Zorzi, colpito da ordine di custodia ma residente in Giappone e protetto da un passaporto diplomatico, aveva mostrato a Digilio, alla vigilia della strage, quanto era contenuto nel portabagli. Nell'auto, parcheggiata in piazza Barche, a Venezia, tre cassette militari con scritte in inglese, contenenti esplosivo. Del tipo a scaglie rosacee, che Digilio aveva già visto nel casolare di campagna, che fungeva da deposito. L'esplosivo era quello estratto dalle mine anticarro recuperate nei laghetti intorno a Mantova. Da Digilio, Zorzi voleva una sorta di consulenza sulla affidabilità della macchina di Maggi, vecchia e traballante, per il trasferimento dell'ordigno. «Mi disse _ racconta Digilio _ che doveva trasportare queste cassette a Milano e che comunque aveva previsto una fermata a Padova, appunto per cambiare macchina e prenderene una più molleggiata. Nelle due scatole più piccole c'era almeno un chilo di esplosivo, un po' di più nella terza, più grande». Zorzi, temeva che durante il viaggio, a causa di possibili scossoni, tutto potesse saltare per aria. Digilio gli consigliò di coprire le cassette per sicurezza, ma si sentì rispondere che non ce n'era bisogno: Zorzi le avrebbe sostituite con quelle usate per il trasporto valori. Ma Digilio racconta anche di Carlo Maria Maggi. Lo incontrò pochi giorni prima dell'attentato, sulla riva degli Schiavoni a Venezia, quando gli preannunciò «grossi attentati». E poi ancora, una seconda volta, intorno a Natale. Maggi, racconta Digilio, spiegò che «i fatti del 12 dicembre erano la conclusione di una strategia maturata nel corso di anni. E che c'era una mente organizzativa al di sopra della nostra che aveva voluto questa strategia». (e.r.)IL CASO