Trent'anni fa la rosa di Fignon campione anche di sfortuna

CONTROCOPERTINAANTONIO SIMEOLITorniamo indietro di trent'anni, per ricordare, attraverso un Giro d'Italia, un grande del ciclismo: Laurent Fignon. Il "professore", come nell'ambiente era ricordato per quegli occhialini e l'aria da intellettuale parigino, si aggiudicò in maglia Super U quella corsa rosa che si concluse a Firenze. Un Giro intenso, combattuto, carico di fascino - con la tappa del Gavia annullata per neve dopo che un anno prima, proprio grazie alla neve, i corridori erano diventati degli eroi - vinto dal francese capace di mettere la freccia sulle Dolomiti a Corvara, con un attacco sui passi da leggenda e con un tempo da lupi. Youtube, anche per il ciclismo, è una gran cosa. Cerchi, metti un paio di parole chiave e ti si apre un mondo di ricordi. L'indimenticabile voce di Adriano De Zan, quel giorno affiancato da una che quelle montagne le ha scalate in bici mille volte, Maria Canins, l'attacco di Flavio Giupponi, vincitore di tappa, sullo strappo finale dopo il Campolongo. Dietro Fignon, Andrew Hampsten, "Coppino" Chioccioli. Non Erik Breukink cui Fignon quel giorno sfilò la maglia rosa per non lasciarla più fino a Firenze dove precedette Giupponi (Malvor-Sidi) di 1'15" e Hampsten (7Eleven) di 2'46". Prima l'unica tappa vinta dal francese allora 29enne alla Spezia, con un attacco nel finale e una zampata allo sprint su un gruppetto che era riuscito ad anticipare i velocisti. Fu una rivincita per Fignon. Cinque anni prima, nel 1984, aveva perso il Giro all'ultima tappa nella memorabile cronometro di Verona quando Francesco Moser, la bici del record dell'ora in Messico con ruote lenticolari e manubrio a corna di bue, nonché gli innovativi metodi di preparazione del dottor Francesco Conconi (di fatto l'anticamera dell'esplosione del doping ematico negli anni Novanta, cosa da non dimenticare mai), lo "triturò" rifilandogli 2'24" in 41" km e vincendo la sua prima e unica corsa rosa per 1'03". Guarda caso all'Arena il 2 giugno finirà il Giro 2019.«Fignon un anno prima - ricorda il giornalista-scrittore, Paolo Viberti, che ben conosceva il campione parigino - aveva vinto il Tour all'esordio e, anche con la rabbia data dalla sconfitta in Italia, a un mese da quella sconfitta batté in patria al Tour 1984 l'ex capitano Berrard Hinault. Era un grande, dentro e fuori dal gruppo. Ma non digerì mai la sconfitta nella corsa rosa». Fignon fu molto polemico quando patron Vincenzo Torriani decise di annullare per neve la tappa dello Stelvio indigesta a Moser («la viabilità era possibile», disse a muso duro Torriani), si rifece alla grande nel tappone dolomitico, a lui caro anche nell'anno della maglia rosa cinque anni dopo, poi finì nel tritacarne della classe contro il tempo di Moser e della tecnologia nella crono di Verona. Con i francesi il grande Laurent si sfogò dicendo: «Sono vittima di una truffa, Moser è stato agevolato dal percorso e spinto anche dalle pale dell'elicottero che procedeva alle sue spalle nell'ultima crono». I trionfi nel secondo Tour e nel Giro del 1989 non riuscirono mai a cacciare via la delusione. Neanche le due Milano-Sanremo vinte da campione, nel 1988 e 1989.«Perché poi per lui arrivò un'altra beffa : continua Viberti, che conobbe il ciclista alla Vuelta di Spagna 1983 quella della vittoria di Hinault grazie ai polmoni del suo giovane gregario Fignon - quella dei campi Elisi». Tour corso alla grande contro Greg Lemond. Per secondi Fignon sembra poter indossare la terza maglia gialla ai Campi Elisi. Ha 50" di vantaggio nella cronometro conclusiva: 24 km. Impossibile perderlo quel Tour. «Ma il francese non fa i conti con la forza di Lemond, colpito allo stomaco da una fucilata accidentale da un cognato durante una battuta di caccia negli Usa solo qualche mese prima e sulla tecnologia. «Moser lo fregò nel 1984 da ruote lenticolari e manubrio a corna di bue, nel 1989 Greg lo superò con il manubrio da triathlon. Per 8",i l minor distacco di sempre nella Grande Boucle. Laurent pianse sull'asfalto, il mese successivo un altro incubo: a un km del duro mondiale di Chambery scatta sotto la pioggia, sembra avviato alla maglia iridata ma non fa i conti ancora con Lemond».«Lo incontrai nell'immediato dopo corsa - ricorda anche l'ex giornalista di Tuttosport, una delle penne più apprezzate del grande ciclismo in quegli anni - davanti a me avevo un uomo distrutto, che in quegli istanti stava rivivendo tutti i momenti beffardi della sua carriera». Ma quel Giro 1989, trent'anni, fa no. In quella corsa Fignon fu semplicemente il più forte, il più continuo, il corridore con maggiore classe. In quella corsa rosa, che partì da Taormina, il giorno dopo propose già l'arrivo sull'Etna (vittoria di Acacio Da Silva, sembra di sentirne il nome nelle telecronache di De Zan), risalì l'Italia con il Gran Sasso e le tre Cime di Lavaredo conquistate dal grande scalatore Luis Herrera, Fignon si comportò da fuoriclasse. Il francese continuò a correre fino al 1993, le ultime due stagioni fu ingaggiato da Gianluigi Stanga a fare la spalla nella Gatorade di Gianni Bugno.Il finale, triste d'un campione di spessore lo lasciamo a Viberti: «Tornò al Giro 2010, lo incontrai nella tappa del Monte Grappa, la prima vinta da Nibali nella corsa rosa, parlava a fatica, la voce era roca e malferma. Mi disse che stava lottando contro un cancro che lo aveva aggredito alle vie digerenti. Lo abbracciai, ma non fui così lesto nel rincuorarlo, perché la notizia mi colpì come un pugno allo stomaco. Pensai a ciò che il ciclismo gli aveva tolto... In Eravamo giovani e spensierati, la sua autobiografia, il parigino ammetteva di aver fatto uso di doping: cortisone, anfetamine e anche la cocaina per duellare con il colombiano Herrera alla Vuelta 1987. «Ma non credo che la chimica sia stata la causa del tumore contro il quale combatto», si leggeva nelle pagine finali di quel testo-testamento intriso di romanticismo, poesia, fatica, sogni, disillusione...». Adieu grande Laurent. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI