Uccise la fidanzata, resta ai domiciliari

di Luana de FranciscowUDINEFrancesco Mazzega, 36 anni, attenderà ai domiciliari, nella casa in cui i genitori si sono resi disponibili a ospitarlo, a Muzzana del Turgnano, l'inizio del processo in cui sarà chiamato a rispondere dell'omicidio volontario della fidanzata 21enne Nadia Orlando. Questo prevede la legge italiana e questo ha confermato la Corte di Cassazione, respingendo per «illegittimità» il ricorso con cui la Procura di Udine aveva chiesto l'annullamento dell'ordinanza del tribunale del Riesame che, il 30 agosto, aveva concesso all'indagato la sostituzione della custodia cautelare in carcere con la misura meno afflittiva degli arresti domiciliari con obbligo di utilizzo del braccialetto elettronico. Il provvedimento è stato depositato ieri dai giudici della prima sezione penale e la notizia, attesa dal giorno prima, quando era stata discussa l'udienza, non ha tardato a rimbalzare da Roma al Friuli con relativo codazzo di polemiche.«Come cittadino non sono contento, ma come magistrato non sono affatto stupito», è stato il primo commento del procuratore capo di Udine, Antonio De Nicolo, che si è comunque riservato una valutazione più completa del provvedimento dopo la lettura delle motivazioni. «Fermo restando il mio convincimento che dalla Suprema Corte c'è sempre da imparare - ha detto De Nicolo -, sono altresì convinto che il nostro ricorso fosse un atto dovuto e che sia stato scritto dai colleghi con grande cura, evidenziando quelle che, a noi, parevano delle incongruenze nella motivazione del Riesame. Con la declaratoria d'inammissibilità, la Cassazione lascia presumere di avere ritenuto che le nostre fossero doglianze di merito e non di legittimità e, quindi, che le critiche all'ordinanza non fossero fondate. Se le cose stanno così - continua -, ossia se l'applicazione della legge è stata giudicata corretta, allora non posso che ripetere come il problema sia nella legge e, precisamente, nell'articolo 274 del Codice di procedura penale, che vieta di considerare la gravità del delitto commesso come unico elemento giustificativo della custodia in carcere».A monte, dunque, ancora una volta un problema di norme. Proprio come aveva rilevato già il presidente della Corte d'appello di Trieste, Oliviero Drigani, all'inaugurazione dell'anno giudiziario celebrata alcuni giorni fa a Trieste, quando il delitto commesso il 31 luglio 2017, a Vidulis di Dignano, aveva suggerito una riflessione sull'impianto legislativo vigente. «Altri ordinamenti, europei e non, prevedono l'obbligo della custodia in carcere se la persona indagata per un reato grave è raggiunta da gravi indizi di colpevolezza - ha osservato De Nicolo -. La legge italiana ha scelto una strada diversa. Il che significa che, salvo che per alcuni reati di mafia o terrorismo, la custodia in carcere non è la sola applicabile: il giudice può ricorrervi solo se ritiene ogni altra misura inadeguata e se spiega la ragione di tale inadeguatezza».Nel ricorso per Cassazione, i pm Giorgio Milillo e Letizia Puppa, titolari del fascicolo, avevano sostenuto la tesi dell'«illogicità» del provvedimento, in quanto la detenzione domiciliare non rappresenterebbe una garanzia adeguata rispetto al rischio che il reato possa essere reiterato. Secondo il collegio triestino, invece, «un uomo del genere, incensurato, ben inserito nella società e con un lavoro stabile», considerata anche la «condotta irreprensibile» tenuta fino a quel momento, «non è seriamente immaginabile che, posto sotto cautela domestica, ne violi il regime. L'allontanamento dal domicilio - avevano scritto i giudici - non gli consentirebbe di concretizzare immediatamente il pericolo di reiterazione del reato». Quanto alla recente proposta di alcuni cittadini di introdurre nella legge l'obbligo del carcere ai rei confessi, De Nicolo ha ribadito come «il discrimine non possa essere la confessione, ma l'oggettiva gravità del reato, in presenza di gravi indizi di colpevolezza, e come il legislatore non debba decidere su impulso e urgenza dei singoli casi, ma pensando a una norma giuridica destinata a valere oggi, così come tra vent'anni. I magistrati - ha concluso - sono soggetti alla legge e non possono certo inventarsene una diversa. È il legislatore che, se ritiene che la coscienza sociale della popolazione reclami un mutamento, deve farsi carico del relativo problema».Intanto l'inchiesta pare giunta alle battute finali: il tempo di acquisire anche gli accertamenti tecnici sul materiale informatico e - presumibilmente entro fine mese - partirà l'avviso di conclusione delle indagini preliminari. Non è superfluo ricordare come tutto il periodo trascorso ai domiciliari valga come presofferto e sarà quindi sottratto dalla pena detentiva che sarà inflitta all'omicida.Confermando la linea della massima riservatezza fin qui osservata, i difensori dell'indagato, avvocati Federico Carnelutti e Annaleda Galluzzo, hanno ricordato come a casa Mazzega, a questo punto, «si attenda soltanto il processo. Il nostro assistito è ancora molto prostrato e, anche dopo la decisione della Cassazione, non c'è alcun motivo per abbandonarsi a commenti positivi. Il contesto era e resta drammatico».©RIPRODUZIONE RISERVATA