Il caro estinto di Merna che settant’anni fa finì sepolto in due Stati

di Roberto Covaz wGORIZIA Una striscia di mattonelle attraversa in diagonale il piccolo cimitero di Merna, la località slovena alle porte di Gorizia, lungo il Vallone, vicino all'aeroporto Duca d'Aosta. Nelle mattonelle sono impresse due date: 1947 e 1974. Nei primi giorni di settembre del 1947 i militari del Governo militare alleato divisero il cimitero a metà. Una rete con filo spinato separava le lapidi. Da una parte l'Italia, che riabbraccerà Gorizia il 16 settembre, e dall'altra la Jugoslavia. Nemmeno piangere sulla tomba dei propri cari era più possibile. All'angolo, vicino alla strada, la linea di demarcazione "decapitò" una salma: la testa in Italia, il resto nel nuovo Stato. Probabilmente quei resti appartenevano a un suicida perché un tempo era prassi seppellire negli angoli dei cimiteri chi si era tolto la vita. Quella salma e tutte le altre del cimitero di Merna, risalente al 1827, furono testimoni muti di una delle pagine più tragiche della storia della Venezia Giulia. Il confine definitivo tra Italia e Jugoslavia, del resto, doveva proprio attraversare quel piccolo cimitero. Oltre alla rete furono posati anche i cippi confinari. La rete che separò il cimitero e quella che sottrasse a Gorizia i due terzi della sua provincia non furono posate a caso ma in seguito a precisi "calcoli" stabiliti il 10 febbraio del 1947 dal Trattato di Parigi attuato nel settembre dello stesso anno. A quasi settant'anni di distanza nel Goriziano si sta smarrendo la memoria di quanto accadde allora. Fu nella notte tra il 15 e il 16 settembre che parte di Gorizia si trovò sbattuta dall'altra parte della cortina di ferro. Nella zona Nord, paludosa, dove un tempo fiorivano vigneti e si adagiava il cimitero della Grassigna sconvolto dalle granate della Grande guerra, dal 1948 sorse Nova Gorica, la nuova Gorizia voluta da Tito, avamposto di cemento armato del mondo comunista. Gorizia non è stato un confine qualsiasi tra due Stati, ma tra due mondi contrapposti: l'Occidente democratico e l'Est europeo sotto il giogo, all'epoca, dell'Unione sovietica. Dall'altra parte del confine invece il recupero della propria storia è appena cominciato. Il cimitero di Merna, curatissimo, è a tutti gli effetti sede museale dal 2012: si chiama "Spomni se name" che significa "Ricordati di me". «Il museo - ammonisce un cartello bilingue all'ingresso - è dedicato a coloro i quali soffrirono a causa del confine, a tutti quelli a cui questo funse da impedimento a visitare le tombe, a quelli a cui il confine rappresentò la strada verso lo sconosciuto e a tutte le persone che nell'oltrepassare o proteggere il confine persero la speranza, la libertà o addirittura la vita». Oggi al posto della rete c'è la fila di mattonelle che si arresta, rispettosa, alla base delle tombe. Sulle cui lapidi cognomi italiani, italianizzati e originali sloveni raccontano di un passato di convivenza stritolato dall'epilogo della Prima guerra mondiale. Il camposanto del piccolo comune sloveno non è l'unico luogo dove una mente libera può riflettere sulle pagine più nere del nostro Novecento. Ma è forse solo a Merna che emerge così forte il senso di ingiustizia perché pure i morti sono stati uccisi. Un'altra volta. Nel 1975 un altro Trattato, quello di Osimo, fissò per sempre la linea di demarcazione tra i due Paesi. Un anno prima fu tolta la rete in mezzo al cimitero, evento ricordato nella seconda data impressa sulle mattonelle del cimitero. ©RIPRODUZIONE RISERVATA