La Deledda musa del giovane Zanzotto all’esame di laurea

di MICHELE A. CORTELAZZO Quello di Andrea Zanzotto con l'Università di Padova è stato un legame forte. Non solo perché il ventunenne Zanzotto vi si laureò in Lettere nel 1942, ma anche perché, nel corso degli anni, fu coinvolto in convegni, seminari, conferenze, non solo per portare la testimonianza diretta del suo fare poesia, ma anche per far sentire i suoi commenti come lettore e critico della letteratura contemporanea. Inoltre, nei primi anni Ottanta, fece parte del collegio didattico del dottorato in Retorica e Poetica italiana e romanza, promosso da Gianfranco Folena, sempre attento a stringere robusti rapporti con i poeti del tempo. Prima di continuare, permettetemi una breve digressione, per citare un minimo ricordo personale della sua presenza e dei suoi interventi nelle aule della Facoltà di Lettere dell'Università patavina. Si tratta di un icastico e acuto commento in un dibattito sul rango dei dialetti in area veneta: "non condanniamo i dialetti al triste destino di diventare lingue", raccomandò Zanzotto. Una frase sulla quale dovrebbero riflettere quanti vogliono far assurgere a lingue, sul piano socio-politico, le parlate che comunemente vengono definite dialetti, senza pensare ai costi che le operazioni di standardizzazione, inevitabilmente legate al riconoscimento dello status di lingua, possono comportare. Proprio in considerazione dello stretto legame che ha sempre congiunto Zanzotto all'Università di Padova, l'Ateneo patavino, attraverso la Padova University Press, ha pubblicato in edizione anastatica, alla fine dello scorso anno, la tesi di laurea in Letteratura italiana del giovane Andrea Zanzotto. La tesi si intitola "L'arte di Grazia Deledda" e fu preparata sotto la direzione del professore che al tempo occupava la cattedra di Letteratura italiana, Natale Busetto. Questa ripubblicazione potrebbe sembrare un'iniziativa singolare, dettata soprattutto da affetto nei confronti dell'illustre allievo (così come nel 2010 era stata pubblicata la tesi di Boris Pahor, La lirica di Edvard Kocbek, discussa nel 1947, cinque anni più tardi di Zanzotto). Certamente, le due operazioni editoriali si presentano come un omaggio a intellettuali che poi, nel corso della loro attività, si sono dimostrati grandi; una sorta di recupero museale, di riproposizione di reperti interessanti, come si evince dal filologismo, anche eccessivo, che ha caratterizzato la riproduzione della tesi di Zanzotto (la tesi è stata stampata sul solo recto, come si usava una volta, e una pagina risulta rovesciata, così come era stata rilegata nell'esemplare conservato negli archivi universitari: una fedeltà davvero esagerata). Però, queste riproduzioni aiutano a ricostruire il farsi di un pensiero critico, di un atteggiamento verso la letteratura che spesso, già nelle prime incerte prove, si rivela aperto agli sviluppi che troveranno piena espressione nell'età più matura degli illustri studenti. È proprio quello che possiamo dire a proposito di Zanzotto. Lo spiega molte bene Emanuele Zinato (autore di una delle due introduzioni alla ristampa; l'altra è di Armando Balduino): viste le caratteristiche del relatore (formatosi alla scuola storica, ma poi attratto dall'idealismo crociano e dalla critica estetica) e viste le caratteristiche del genere "tesi di laurea", che richiede sostanzialmente, e spesso in maniera angustamente scolastica, il disegno del percorso intellettuale dell'autore, il richiamo ai suoi testi e il recupero dei giudizi critici già emessi, ci si poteva aspettare da questa tesi semplicemente un buon esercizio di lettura, dei testi e della critica. In realtà c'è qualche cosa di più. Innanzi tutto il giovane Zanzotto dimostrò coraggio quando decise di confrontarsi con l'opera di un'autrice contemporanea (Grazia Deledda era morta nel 1936 e aveva vinto il Nobel nel 1926): un'operazione intellettuale difficilissima persino al giorno d'oggi, quando siamo più inclini a valutare criticamente anche la contemporaneità più vicina a noi. Per quel che riguarda i contenuti, dall'interno dello schema classico della tesi di laurea, fanno capolino tre elementi innovatori, così definiti da Zinato: "1) la larghissima messe di riferimenti comparativi alla letteratura europea; 2) l'attenzione costante per la corporeità e per il sottosuolo della psiche; 3) la precoce presenza delle due stelle polari dell'infanzia e del paesaggio". Insomma, lo spirito innovativo e alcune peculiarità di Zanzotto emergono già da questa tesi. In particolare, Zanzotto propone un'interpretazione originale dell'opera di Grazia Deledda, riconoscendo alla scrittrice la "forza disvelante e visionaria dei grandi scrittori che hanno fondato la coscienza della modernità" (riprendo ancora le parole di Zinato) e un'acquisizione delle leggi psichiche del profondo, anche se neppure agli occhi del giovane laureando la scrittrice può essere paragonata ai grandi scrittori europei moderni (da Baudelaire a Rimbaud, da Dostoevskij a Proust), poiché la sua modernità non appare consapevole, ma irriflessa, istintiva e minata da tratti arretrati e provinciali. Premonizione di temi che saranno poi centrali nella scrittura dello Zanzotto maturo sono l'attenzione al paesaggio (il paesaggio insulare, specifico della narrazione della scrittrice sarda) e l'introduzione della tematica dell'infanzia, che emerge nell'ultima fase, autobiografica, della produzione di Grazia Deledda, alla quale a sua volta Zanzotto dedica l'ultima parte della tesi. Già in questo primo lavoro di Zanzotto (che in quegli stessi anni aveva iniziato la sua attività di poeta, con le poesie pubblicate nel 1970 da Scheiwiller nella plaquette dal titolo A che valse? Versi 1938-1942), si possono vedere, attraverso l'analisi critica dell'opera di un altro scrittore, i nodi che poi caratterizzeranno l'opera stessa di Zanzotto poeta e critico: l'infanzia, l'inconscio, il linguaggio, il paesaggio, con tutte le loro interconnessioni. È proprio in queste anticipazioni che acquista senso questa operazione "archeologica" che dà per la prima volta ampia circolazione al lavoro di Zanzotto studente. ©RIPRODUZIONE RISERVATA