Spin-off e brevetti figli dell’ateneo giuliano

di Giulia Basso La più celebre è Modefinance, start-up dell'Università di Trieste nata in Area Science Park, che applica i big data alla finanza e in breve tempo è divenuta una delle tre società italiane che possono operare come agenzia di rating. Ma di recente anche Bilimetrix, costola della Fondazione Italiana Fegato impegnata nello sviluppo di prodotti a basso costo per la diagnosi e il trattamento dell'ittero neonatale, è balzata agli onori delle cronache perché una sua invenzione, Bilistick, strumento che in due minuti e a partire da una goccia di sangue misura la concentrazione plasmatica di bilirubina, verrà impiegato in un progetto internazionale di monitoraggio ed educazione sull'ittero neonatale nei Paesi in via di sviluppo dell'Africa e del Sud-est Asiatico. Modefinance e Bilimetrix sono due delle venti aziende nate come spin-off dell'Università di Trieste, che attraverso lo staff di Ilo (Industrial Liaison Office) si occupa di favorire e sviluppare il processo di trasferimento tecnologico dall'ateneo al mondo delle imprese, supportando docenti e ricercatori nella realizzazione di nuove iniziative imprenditoriali, ma anche nella brevettazione, e promuovendo attività di raccordo tra mondo imprenditoriale e ricerca accademica. Tra le venti imprese nate in seno all'ateneo giuliano ci sono aziende ormai storiche, come Esteco, una potenza nello sviluppo di software per l'ottimizzazione numerica nata alla fine degli anni '90, ed esperienze più recenti, come le tre spin-off nate nel 2014: Eco Food Engineering, che si occupa della progettazione e realizzazione di sistemi integrati per la trasformazione e il riutilizzo di rifiuti di natura alimentare; PicoSaTs srl, specializzata nello sviluppo e progettazione di picosatelliti per utilizzi scientifici e tecnologici; Material Scan, che produce sensori per il monitoraggio dell'integrità strutturale di edifici, infrastrutture e impianti industriali. In alcuni casi, soprattutto in ambito chimico farmaceutico e biologico, la creazione di uno spin-off segue una nuova brevettazione: è questo il caso dell'ultima impresa nata circa sei mesi fa all'interno dell'Università giuliana, BiopoLife. L'azienda, produttrice di biopolimeri ad elevato valore tecnologico e vincitrice dell'edizione 2015 del premio Start Cup - Friuli Venezia Giulia, è nata infatti da un gruppo di ricercatori che ha sviluppato e caratterizzato un biopolimero (polisaccaride) ad elevato valore tecnologico denominato Chitlac. «La brevettazione è una delle chiavi del trasferimento tecnologico, un modo per incapsulare una tecnologia risultato della ricerca accademica e renderla sfruttabile dall'industria – spiega Cristiano Piani, responsabile dello staff di ILO -. Si brevettano invenzioni utili per il mercato: i brevetti degli ultimi anni (dal 2002 sono 170 i titoli depositati nei vari uffici brevettuali internazionali, di cui circa una quindicina sono stati oggetto di accordo di sfruttamento con aziende) appartengono ai settori delle scienze della vita, della chimica, della medicina, della farmaceutica e dell'ingegneria. Ogni anno ci vengono proposte dalle 10 alle 20 invenzioni e ne brevettiamo circa il 50%: facciamo uno screening nelle banche dati per capire se ci sono già brevetti di quel tipo, valutiamo le potenzialità di mercato dell'invenzione, il costo e la resa potenziale dell'investimento». L'ufficio Ilo è stato negli ultimi anni oggetto di una ristrutturazione con un incremento del suo staff: «Quando ho iniziato a occuparmene – racconta Giorgio Sulligoi, delegato del rettore per le politiche territoriali e i rapporti con le attività produttive – l'ufficio era composto da quattro persone. Oggi, con una decina di addetti più un'altra decina di docenti delegati ILO di tutti i dipartimenti dell'Università siamo tra le top five università italiane per numero di addetti alle attività del trasferimento tecnologico. Se da un lato questa è una buona notizia, dall'altro racconta anche quanto l'importanza del trasferimento tecnologico sia sottovalutata in Italia». Il Friuli Venezia Giulia su questo tema invece, ce lo dicono i dati, è all'avanguardia. Secondo la più recente elaborazione di Infocamere su dati del Ministero dello Sviluppo Economico in regione sono attive 132 start-up, di cui 56 sono spin-off delle due università e di enti pubblici di ricerca regionali. Ma si può e si deve migliorare, dice Sulligoi. «La grande sfida è incrementare queste cifre, aumentando il numero delle start up, diffondendo tra gli studenti la cultura imprenditoriale, incrementando le occasioni di collaborazione tra università, impresa e altri stakeholder del territorio, anche in linea con la strategia regionale di specializzazione intelligente (le cosiddette "S3"). Per farlo dobbiamo ottimizzare le risorse di cui disponiamo. Stiamo cercando di fare massa critica tra gli enti del territorio: con Area, Bic Incubatori FVG e l'ex Ezit abbiamo siglato l'anno scorso una convenzione per fare sistema e accompagnare una start-up nei vari passi del suo sviluppo, mentre in un progetto del Miur per la condivisione di alcuni servizi, che vede insieme le due università regionali e la SISSA, siamo i responsabili per le attività del trasferimento tecnologico».