“Stepchild adoption”? L’Europa ha in comune solo una lingua oscura

di MICHELE A. CORTELAZZO A cavallo di Capodanno alcuni giornali hanno pubblicato un intervento di Roberto Sommella, che il "Corriere della sera" del 5 gennaio 2016 ha titolato, in modo magnificamente ambiguo, "L'Unione Europea ha bisogno di una vera lingua comune". L'ambiguità risiede nel significato di "comune": bisogna intendere che le istituzioni europee devono usare la lingua del cittadino comune, e non quella dei funzionari, o che serve un'unica lingua in Europa, quale essa sia? In ogni caso, quello linguistico è un problema centrale per l'Europa. Sommella inizia notando che in finanza il diavolo si nasconde nei termini inglesi. Porta due esempi: "bail in", letteralmente "salvataggio dall'interno", il nome della norma in base alla quale le banche in difficoltà dovranno trovare al proprio interno, anche nei conti dei clienti, le risorse per uscire dal pericolo del fallimento, e "fiscal compact", il nome dell'accordo che ha imposto ai governi l'austerità di bilancio. Non sarebbe stato più chiaro, nel primo caso, parlare di "autosalvataggio"? E, nel secondo, è indubbio che un bel "vietato spendere" sarebbe stato molto più chiaro. Nello scorso agosto avevo notato, su queste colonne, che il nuovo politichese è costituito proprio dagli anglismi con i quali politici e alti funzionari dello Stato denominano i provvedimenti normativi, soprattutto quelli più sgraditi. Allora non avevo ancora osservato, oltre a molti altri, il "bail in", né la "stepchild adoption" (letteralmente 'adozione del figliastro') che agita in questi giorni il mondo politico. Più in generale, pare proprio che gli organi decisionali delle istituzioni europee non abbiano imparato nulla dal fallimento del tentativo di dotare l'Europa di una costituzione: a una diffusa contrarietà a cedere quote di autonomia nazionale, oggi ancora più forte di un tempo, si è aggiunta l'assoluta incapacità delle istituzioni europee di uscire dalla loro torre: continuano a imporre ai 500 milioni di cittadini la loro terminologia, invece di essere loro ad adottare il lessico dei cittadini. Il problema dell'appropriazione dei termini burocratici di Bruxelles vale per tutte le lingue ed è un serio ostacolo alla circolazione dei concetti del nuovo sistema giuridico ed economico che l'Europa sta creando. Ben poco possono fare i traduttori per rendere comune un testo che non è stato concepito in un lessico condiviso dai cittadini. In realtà, i traduttori e i giuristi linguisti fanno un gigantesco lavoro per rendere chiare a tutti i cittadini, nella loro lingua materna, le decisioni degli organismi europei. A volte ci riescono bene, a volte meno: dipende dalla loro abilità, in genere elevata, ma anche dalla chiarezza del testo di partenza. Da parte sua, il Dipartimento italiano della Direzione generale della traduzione ha fatto di più: da un decennio ha attivato una rete di condivisione e consulenza (Rei, "Rete per l'eccellenza dell'italiano istituzionale"), composta da traduttori e giuristi-linguisti delle istituzioni dell'Unione europea, della Svizzera, delle regioni della Slovenia e della Croazia nelle quali l'italiano ha un ruolo istituzionale, da redattori di testi istituzionali italiani, da professori di linguistica e di diritto. L'obiettivo è quello di trovare le soluzioni migliori per rendere efficaci e comprensibili in italiano i testi redatti sia nelle sedi plurilingui sia in quelle nazionali. I principi sono chiari e sono stati sintetizzati nel "Manifesto per un italiano istituzionale di qualità" (lo si può leggere nel sito della Rete: http://ec.europa.eu/translation/italian/rei/index_it.htm). La loro realizzazione, invece, non è né facile né immediata, perché deve coinvolgere prima di tutto quanti concepiscono politiche, norme, direttive, anche molto complesse: non sempre la chiarezza della lingua è uno dei parametri prioritari utilizzati per la stesura dei testi istituzionali. Però, nella seconda parte dell'intervento di Sommella sembra che per "lingua comune" si intenda un'altra cosa: l'individuazione di un'unica lingua per tutti i cittadini dell'Unione Europea. Non so se ho capito bene, ma alcune dichiarazioni sembrano andare proprio in questa direzione. Basti per tutti un tweet dell'autore: "L'Europa ha bisogno di una lingua unica: spagnolo, francese, esperanto?", o addirittura l'affermazione che, mentre all'Europa manca un "linguaggio unico", "l'Isis una lingua ce l'ha e non è nemmeno uno Stato". Qui siamo in piena utopia, nell'immaginazione di una realtà che non può esistere, se non in tempi lunghissimi, misurabili in secoli. Stiamo immaginando un processo epocale, mai visto finora dall'umanità: 500 milioni di cittadini, che adesso parlano lingue di lunga tradizione, appartenenti ai più diversi ceppi linguistici (lingue romanze, germaniche, slave, ugro-finniche, celtiche), dovrebbero convergere, almeno in regime di bilinguismo, sul possesso pieno di un'unica lingua. Il ben più facile processo di dissolvimento del latino (è sempre più facile distruggere che creare) è durato secoli. Fino a quando non ci sarà un dominio pieno da parte di tutti di questa fantomatica lingua comune, siamo al punto di partenza, o al massimo nelle stesse condizioni dell'inglese veicolare che oggi si sta sempre più affermando: una lingua franca, generica e inadeguata ai bisogni comunicativi della complessa società europea. Ancora per lungo tempo la realtà linguistica dell'Europa sarà senz'altro il multilinguismo, che implica da una parte un armonico sviluppo del lessico istituzionale di tutte le 24 lingue dell'Unione, dall'altra un'enorme attività di traduzione. Allora è su questo che bisogna tornare: sullo sforzo che gli Stati membri (che determinano le scelte politiche dell'Unione Europea) e le istituzioni dell'Unione devono fare per spiegare meglio ai cittadini le decisioni che prendono e le loro conseguenze nella vita di tutti. Questo, a mio parere, è un obiettivo raggiungibile. O sono anch'io nell'utopica immaginazione di una realtà che non potrà mai esistere? ©RIPRODUZIONE RISERVATA