Rischio povertà Per un italiano su 4 incubo fine del mese

di Tecla BIancolatte wROMA Restare indietro con il pagamento di mutui e bollette. Vivere in case fredde perché il riscaldamento costa troppo. Non potersi permettere carne o pesce almeno due volte alla settimana. Dire addio a vacanze, ed essere sempre con l'ansia di spese impreviste. Nel nostro Paese, concentrati soprattutto nel Mezzogiorno, ci sono più di 15 milioni di persone a rischio povertà. Un numero esorbitante che potrebbe riempire una megalopoli come Tokyo. Si tratta di un italiano su 4, vale a dire un tasso del 28% a fronte del 24% dell'Unione Europea. I numeri. Sono pubblicati nel rapporto "reddito e condizioni di vita" dell'Istat, in cui è scritto che in Italia una famiglia su due nel 2013 ha guadagnato 2mila euro netti al mese. Cifra che cala a 1.682 euro se ci si sposta al Sud. In quest'Italia divisa in due, succede che il 20% dei ricchi posseggano il 37% del reddito totale, mentre al 20% di poveri spetti il 7,7. Le cifre. Il calcolo dell'Istat è basato su tre condizioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale e bassa intensità di lavoro. A leggere la ricerca ci sono segnali di lieve miglioramento: sono calati del 25% negli ultimi tre anni gli italiani che dichiarano di non potersi permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni. Eppure «restano oltre 6 milioni gli italiani che vanno ben oltre il rischio di povertà», segnala la Coldiretti. Peggiora, addirittura, il dato di chi ha arretrati per il mutuo, l'affitto e le bollette, salendo al 14,3%, un record. Non riescono ad arrivare a fine mese soprattutto i genitori soli (39,2%), le coppie con tre o più figli (39,4%) e le famiglie che possono contare su un solo reddito (44,7%). I primati del Sud. Quasi la metà dei residenti nel Sud e nelle Isole è a rischio di povertà o esclusione sociale. Si tratta di un 45,6% contro il 22,1% del Centro e il 17,9% di chi vive al Nord. A guidare la classifica delle regioni più povere ci sono la Sicilia, la Campania e la Calabria. Le percentuali più basse si registrano invece in Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Veneto. Un altro triste record del Mezzogiorno è l'aumento della bassa intensità lavorativa passata dal 18,9% al 20,9%: con "intensità lavorativa" si intende la percentuale di persone tra i 18 e 59 anni che vive in una famiglia dove i componenti hanno lavorato meno del 20 per cento del tempo che avrebbero potuto lavorare. I consumatori. Siamo davanti a dati da «Terzo Mondo, inaccettabili per un Paese che vuole definirsi civile», commenta l'Unione nazionale consumatori. Che rincara: «Il fatto che quasi il 50% degli italiani non possa permettersi di andare in ferie per una settimana per quanto nel 2013 la percentuale fosse al 51%, vuol dire, comunque, che stiamo peggio rispetto al dopoguerra, quando anche le famiglie di operai, in agosto, con la chiusura delle fabbriche, potevano tornare nel loro paese d'origine e passare le vacanze con i parenti». Parlano di un «quadro ancora sconfortante» Federconsumatori e Adusbef, che puntualizzano: «Se a ciò aggiungiamo le enormi rinunce e sacrifici che le famiglie stanno facendo si percepisce chiaramente come la situazione sia ancora estremamente allarmante». ©RIPRODUZIONE RISERVATA