E ALLO SMARTPHONE AGGIUNGEREMO UN PEZZO PER VOLTA

Modulare come il Lego. Semplice da aggiornare non solo nel software, ma soprattutto nella parte hardware. Con la conseguenza che scompare la necessità di prendere ciò che abbiamo in tasca e buttarlo via appena un anno o due dopo averlo pagato a carissimo prezzo. L'idea non è nuovissima, ma ha ripreso vita e prospettive da quando la Motorola, marchio leader nelle comunicazioni non solo cellulari, è passato sotto l'ombrello di Google: l'azienda californiana di Mountain View sembra infatti credere ciecamente, anche per la sua vocazione chiaramente ecologista, in quello che è stato battezzato come Project Ara, un'iniziativa open source per realizzare smartphone modulari, viene spiegato, «che facciano per l'hardware ciò che la piattaforma Android ha fatto per il software». In sostanza, si tratta di creare un sistema in grado di supportare lo sviluppo di hardware "fatto in casa" o di terze parti per ogni singolo componente di un telefono; in poche parole, come si diceva, l'obiettivo è quello di consentire al possessore di uno smartphone di cambiare schermo, fotocamera, componenti hardware come la Cpu (che è l'elemento su cui puntano di più case leader come Apple e Samsung) e tanto altro ancora semplicemente sostituendo dei blocchi, che sono collegati a un unico circuito stampato, per di più senza vincoli di produttore. Per capire meglio, ecco un esempio pratico. Supponiamo che si possieda uno smartphone Motorola costruito sui dettami di Project Ara. Dopo un anno esce appunto una nuova versione e la vera grande innovazione che interessa è la fotocamera posteriore, un percorso che ben conoscono gli appassionati che si mantengono sempre al passo con l'evoluzione tecnologica. A quel punto, davanti ci sono due strade alternative, ma assolutamente diverse: acquistare il nuovo prodotto intero, che magari ha anche altre piccole migliorie, oppure scegliere il solo modulo fotocamera da inserire sul terminale. Il design di Project Ara comprende quello che è stato chiamato "endo", cioè l'endoscheletro del telefono, o struttura di base, oltre naturalmente a vari moduli. Questi ultimi, come ha spiegato la stessa Motorola sul suo blog, «possono essere qualsiasi cosa». E aggiunge diversi esempi come l'integrazione di una nuova tastiera o di una batteria, fino all'aggiunta dei componenti più insoliti come un misuratore della quantità di emoglobina nel sangue in maniera non invasiva. Da notare che l'azienda non esprime mai alcun concetto "ambientalista", anche perché l'impatto sulla minore produzione di spazzatura elettronica è ancora tutto da valutare. Stefano Bartoli ©RIPRODUZIONE RISERVATA