L’italiano improbabile che esiste soltanto per le forze dell’ordine

di MICHELE A. CORTELAZZO Da qualche tempo gira nei social network l'immagine di un verbale relativo alla scomparsa di un ragazzo straniero che si trovava in una struttura di prima accoglienza. Lo riporto integralmente, cancellando i dati personali: "Il giorno … alle ore …, in …. presso gli uffici di STAZ.CC …, avanti al sottoscritto Appuntato scelto … appartenente al Comando sopra citato è presente la persona in oggetto indicata, la quale denuncia sotto la sua totale responsabilità penale e civile quanto segue: Premetto di essere Operatore Socio Sanitario della struttura temporanea di prima accoglienza denominata "…" sita in ... alla via ... La stessa struttura ha preso in carico dal mese di … nr. … minori stranieri non accompagnati di sesso maschile di nazionalità … Ieri … alle ore … durante il mio turno lavorativo mi accorgevo che uno dei minori ospiti nella presente struttura si allontanava arbitrariamente. Il minore scomparso si identifica in …, nato in …, il … Non sono in grado di riferire gli abiti che indossava al momento della scomparsa. Il … non soffre di alcuna patologia congenite di alcun genere. Consegno a questi Uffici copia fotostatica relativo al soggetto scomparso riportante i propri dati personali. Posso fornire le seguenti informazioni circa la persona coinvolta: …. nato in …. il …., collocato momentaneamente in …. alla via …, è stato vittima della scomparsa alle ore …. del …. Posso fornire i seguenti dettagli: peso (Kg.70), statura di circa cm180, motivazione scomparsa: allontanamento volontario, corporatura: magra, capelli: neri corti, occhi: castani, carnagione: nera, fronte: media, sopracciglia: medie, naso: medio, orecchie: medie, bocca: normale, nessun segno particolare. Non ho richiesto l'intervento di alcuna pattuglia delle forze dell'Ordine". Possiamo ripetere, a proposito di questo verbale, l'esercizio fatto, naturalmente con maestria incomparabilmente superiore, da Italo Calvino in un notissimo articolo di cinquant'anni fa. Cosa avrà detto, più o meno, il denunciante parlando con l'appuntato scelto? Qualcosa del genere: "Lavoro nella struttura temporanea di prima accoglienza che si trova qui vicino. Devo denunciare la scomparsa di un ragazzo che era da noi. Si chiama così e così. Se ne è andato via senza che ce ne accorgessimo, non abbiamo neanche idea di come fosse vestito. No, non era malato. Se abbiamo chiamato polizia o carabinieri? No, sono venuto io qui da voi per fare la denuncia". Questo breve racconto diventa la pappardella indigeribile che ho riportato. Perché indigeribile? Perché, seguendo i taciti insegnamenti che ha ricevuto nel corso della sua formazione, l'appuntato scelto ha tramutato un racconto fluido e semplice in una rappresentazione astratta e contorta, fatta di ripetizioni (per esempio i dati dello scomparso sono riportati due volte), di sciatterie che si concretizzano in errori di accordo (per es. "patologia congenite" o " copia fotostatica relativo"), consuetudini in uso ormai solo nelle verbalizzazioni di poliziotti e giudici (l'imperfetto narrativo, definito anni fa dal "Sole 24 ore" l'"imperfetto del carabiniere"), perle linguistiche, che nascono dalla volontà di tenere un registro aulico da parte di persone che hanno un dominio medio della lingua italiana (il capolavoro è la definizione "vittima della scomparsa", che, tra l'altro, in un caso descritto due righe dopo come "allontanamento volontario", è un assoluto paradosso logico). Italo Calvino aveva definito quella del brigadiere (per noi quella dell'appuntato scelto) non una lingua, ma un'"antilingua". Possiamo aggiungere, mezzo secolo dopo, che è un'"antilingua" resistente a qualsiasi evoluzione culturale e sociale. Nel 2000 perle analoghe erano state rinvenute, in un verbale che la riguardava, da Serena Vitale, che poi le ha riportate nel 2008 in un articolo del "Sole 24 ore". Anche da qui un piccolo esempio: "dopo 70 minuti circa la signora V.S., convocata nella Stazione di via …, li riconosceva per persone a lei note e scoppiava in lacrime, attinta da una crisi isterica". Questo modo di scrivere i verbali non può essere imputato ai singoli verbalizzatori, ma chiama in causa direttamente il prefetto Alessandro Pansa, capo della polizia e il generale Tullio Del Sette, comandante generale dell'arma dei carabinieri. I casi sono due: o questi verbali sono un gioco e non servono ad altro che a dare forma a un obbligo burocratico (il che significa, nel caso concreto, che nessuno cercherà mai il fuggiasco, e il verbale serve solo da scarico di responsabilità per gli operatori del centro di accoglienza), o i verbali sono uno strumento fondamentale per raccogliere e archiviare informazioni utili per le indagini, comprensibili, corrispondenti a quanto i denuncianti dicono, analizzabili dagli strumenti automatici di recupero delle informazioni. Per questo ho chiamato in causa i vertici delle forze di polizia: dopo cinquant'anni di critiche, che fanno seguito a decenni e decenni di verbali scritti nello stesso modo, non possono accontentarsi di stare fermi al secolo scorso, o forse anche al precedente, ma dovrebbero studiare, per gli appartenenti ai loro corpi, ma anche per i cittadini, forme di verbalizzazione più corrispondenti alla realtà delle narrazioni dei denuncianti e più efficaci come fonti di informazione. Sono il solito cruscante che si ferma alle forme, e non si accorge che la sostanza è comunque salvaguardata? Non credo; e comunque ho, dalla mia, almeno, un ex-magistrato come Gianrico Carofiglio, che nel libro giunto in libreria proprio in questi giorni ("Con parole precise. Breviario di scrittura civile", Laterza), scrive: "occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è un lusso da intellettuali o un esercizio da accademici. È un dovere cruciale dell'etica civile". Pansa e Del Sette sono disponibili ad ascoltare, se non le mie, almeno le parole di Gianrico Carofiglio e a darsi da fare perché i verbali dei prossimi cinquant'anni siano più funzionali di quelli dei secoli precedenti? ©RIPRODUZIONE RISERVATA