«La tecnologia ci ha colonizzato ma niente paura»

di FABIO CHIUSI Opporsi alla tecnologia e criticarla sono posizioni ben diverse. Una cattiva lettura della storia, tuttavia, ha finito per oscurare la distinzione. La parola magica è "luddismo", l'accusa di comportarsi come i seguaci del fantomatico generale Ned Ludd nell'Inghilterra del primo Ottocento. Ammesso siano davvero quelli che pensiamo comunemente fossero - e ammesso lo stesso Ludd sia mai esistito. Un decennio fa Steven Jones, direttore del Center for Textual Studies and Digital Humanities della Loyola University di Chicago, ha scritto un volume - "Against Technology" - per mettere in evidenza lo slittamento semantico subìto dal termine nel tempo. Le conseguenze, solo apparentemente astratte, sono ancora visibili, nell'epoca del "digital detox" e delle antiutopie internettiane di massa incarnate in romanzi, serie tv, videogiochi e fumetti. Jones, nel suo libro del 2006 sosteneva che «il luddismo storico è fondamentalmente differente dal più recente neo-luddismo», e che «i due concetti non possono essere collassati nella falsa continuità di una filosofia "antitecnologica"». Quali sono le principali differenze, e perché sono importanti oggi? I luddisti delle origini, coinvolti in proteste e sabotaggi nell'Inghilterra del primo XIX secolo, erano lavoratori specializzati, perlopiù nel tessile, che difendevano il loro settore e i loro posti di lavoro. Non erano filosoficamente contrari a una cosa chiamata "tecnologia": non usavano nemmeno il termine. E di certo non erano favorevoli a uno stile di vita "sconnesso" o più naturale. Del resto, usavano già le macchine per lavorare. Cosa chiedevano, allora? Volevano solamente mantenere il controllo sulle macchine che usavano e sui loro stili di vita. Ciò contro cui si opponevano erano i proprietari che introducevano macchine nuove e più efficienti per ottimizzare le loro aziende, ridurre la forza lavoro e - secondo i luddisti - la qualità dei prodotti. I luddisti volevano buoni prodotti a un salario equo. Quando oggi ci definiamo "luddisti" perché contrari alla tecnologia - non vogliamo l'Apple Watch o un profilo Facebook - stiamo banalizzando e oscurando la storia, e la natura dei reali problemi dei luddisti delle origini. Perché questa banalizzazione? Per attingere all'autorità della storia senza conoscerla, e sfruttare il potere del mito del luddismo, che è associato a Robin Hood e alla letteratura romantica, piuttosto che alla più caotica storia sociale e politica del luddismo reale. Alcuni autodefiniti luddisti, poi, reclamano il termine dicendo: «Mi dai del luddista? Ok, lo sono, ma ti sono comunque moralmente superiore perché tu sei uno schiavo della tecnologia». Dopo il suo libro i colossi privati del web sono diventati perfino più potenti, e la tecnologia non è mai stata così pervasiva e intrecciata alle nostre vite. Qual è stata la risposta "neo-luddista" a tutto questo, e cosa significa dirsi luddisti nel 2015? Un paio di anni fa ho scritto un altro libro sull'emergenza delle "Digital Humanities" in risposta ai mutamenti nel nostro atteggiamento verso la tecnologia nell'ultimo decennio, mutamenti che lo scrittore William Gibson ha chiamato «l'eversione» del cyberspazio: il fatto, cioè, che abbia «colonizzato» il mondo fisico. Se fino ad allora lo avevamo pensato come un luogo trascendente e separato, ora è parte del mondo, ci circonda ogni giorno. Credo che essere contro una Tecnologia trascendente e ubiqua, con la T maiuscola, oggi sia più difficile: è ovunque, a partire dai cellulari per arrivare ai sensori, alla sorveglianza e alla raccolta dati costante. È l'aria che respiriamo. Risultato? Chi si autodefiniva luddista negli anni '90 oggi molto probabilmente è favorevole al "digital detox" ("disintossicarsi" dal digitale, anche attraverso soggiorni in luoghi dove la rete non arriva, ndr) o sostiene che gli smartphone stiano rovinando i rapporti umani. Ma è più difficile isolare una tecnologia da distruggere, per cui la posizione anti-tecnologica è stata interiorizzata dalla maggior parte dei neo-luddisti, trattata come una scelta sul proprio stile di vita o una questione spirituale. Il luddismo delle origini era molto diverso. Nel 1984 un saggio di un altro scrittore, Thomas Pynchon, si chiedeva: «I computer attireranno le stesse attenzioni ostili dei telai meccanici?» Risposta: «Ne dubito». È d'accordo? Adoro Pynchon, ma penso si sia sbagliato. In realtà, i luddisti delle origini erano un gruppo di lavoratori arrabbiati di piccole dimensioni - anche se supportati da una più ampia cerchia di simpatizzanti. Se ci limitiamo al fattore numerico, la reazione neo-luddista contemporanea ai computer è molto più diffusa e longeva. Un esempio? Ricorda la pubblicità della Apple (non a caso del 1984, l'anno della distopia di George Orwell, ndr) in cui una donna scaglia un martello - un simbolo luddista - al Grande Fratello? Ora è Apple il produttore della tecnologia ubiqua che i neo-luddisti amano odiare e contestare, per esempio nella forma dell'iPhone. Le lamentele sui pc e la tecnologia in genere oggi sono molto comuni, il che naturalmente non è lo stesso di una resistenza politica organizzata. A organizzarsi in qualche caso sono intellettuali ed esperti, però. Come Noam Chomsky, Steve Wozniak e Stephen Hawking, firmatari di una recente lettera sui pericoli dell'intelligenza artificiale. Neo-luddismo? Quando pensatori di formazione così diversa concordano faremmo bene ad ascoltarli. Credo che ci siano reali preoccupazioni nel lungo termine, e ciò che chiedono è che ci sia una partecipazione meditata e un consenso sociale sui nostri valori collettivi, di esseri umani. Si giunge così a uno dei miei punti: la tecnologia non è una qualche forza malevola esterna a noi stessi, a cui dobbiamo cedere responsabilità e controllo. È ciò che ne facciamo, ed è modellata dalle istituzioni e dalle relazioni di potere che noi creiamo. Ciò di cui abbiamo bisogno è più responsabilità, più partecipazione, più processi decisionali etici - non "meno tecnologia". ©RIPRODUZIONE RISERVATA