“Jobs act” e i suoi fratelli: tutte le parole inglesi che l’Italia usa a vanvera

di MICHELE A. CORTELAZZO Nel gennaio del 2014, in un'intervista al "Corriere della sera", Matteo Renzi, non ancora Presidente del consiglio, aveva raccontato: «Venendo qui ho incontrato una signora che mi ha preso in giro per il Jobs act: "Oh Renzi, falla finita con questi nomi strambi!". Ha ragione: basta anglicismi». Ma il "Jobs act" ha continuato a essere chiamato così, anche dallo stesso Renzi. Ora c'è anche il Foia, cioè il "Freedom of Information Act" italiano. Se il "Jobs act" indicava la legge italiana sul mercato del lavoro, il Foia indica una parte della recente legge sulla pubblica amministrazione, quella che ha, come nome ufficiale, "Revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza". "Freedom of information act (Foia)" è la dicitura con cui viene comunicato il contenuto del relativo articolo di legge nella sgargiante presentazione del provvedimento presente in rete. L'origine dell'espressione "Jobs act" provoca qualche dubbio: negli Stati Uniti esiste un "Jobs Act", che sta per "The Jumpstart Our Business Startups Act", una legge sui finanziamenti per l'avvio di piccole imprese, che sembra aver poco a che fare con la legge italiana. Il modello, quindi, va ricercato piuttosto nell'"American Jobs Act", la politica sul lavoro presentata da Obama in un discorso televisivo del 2011, che ha avuto poi un infelice esito parlamentare. Più chiara è l'origine di "Freedom of Information Act": è il nome di una legge promulgata negli Stati Uniti nel 1966. Secondo un gruppo italiano, dal nome anch'esso anglicizzante (Foia4Italy), sarebbero conosciute internazionalmente come "Freedom of Information Acts (Foia)" le norme che regolano il diritto di accesso alle informazioni pubbliche nelle diverse nazioni. In realtà, non pare che sia proprio così: ho trovato spesso questa espressione e il suo acronimo Foia in riferimento alla legge statunitense, e a quelle analoghe inglese e australiana, ma ben più raramente a proposito di leggi sullo stesso argomento di altri Paesi. Neanche il successo straniero del "Jobs act" è stato ampio: i giornali stranieri che ne hanno parlato della legge non hanno usato "Jobs act", che pure avrebbe potuto costituire la soluzione più comoda, ma espressioni più trasparenti, come "labour-market reform" in inglese, "Arbeitsmarktreform" in tedesco, "reforma laboral" in spagnolo (quindi qualcosa come "riforma (del mercato del) lavoro"), oppure, ancora in inglese, "employment bill" o, in francese, "droit du travail", "code du travail" (quindi "legge sul lavoro", "diritto del lavoro"). Ma che senso ha dare un nome inglese, per quanto ufficioso, a una legge italiana? Alla base sta un mix micidiale di esibizionismo e provincialismo (lo stesso che spinge Renzi a improvvisare discorsi nel suo inglese mal masticato, che diventano poi oggetto di terribili prese in giro), ma anche l'idea che un provvedimento designato da un nome inglese appaia più attraente, moderno ed efficiente di un provvedimento dal nome italiano: leggo in una testata on-line, "Linkiesta", un panegirico della denominazione "Jobs act", dipinta come «una denominazione breve, concisa, moderna, internazionale. La scelta dell'inglese per la nuova legge sul lavoro non è casuale, è un simbolo di semplicità e trasferibilità». Certo, alla base della nuova tendenza c'è un buon motivo: l'impresentabilità di molti titoli delle leggi (a proposito del nome ufficiale del nostro Foia, "Wired", una testata digitale di ottima reputazione, parla di «dizione tanto sexy quanto una mucca in stivali da pescatore»). Ma non avrebbe più senso ripensare radicalmente alle denominazioni delle leggi italiane, per renderle più comprensibili e più memorizzabili? In Francia, la legge sul trattamento dei dati personali si chiama "Loi informatique et libertés", cioè "Legge informatica e libertà (plurale)", noi dobbiamo riferirci al "Codice in materia di protezione dei dati personali" (del 2003, che è comunque un deciso miglioramento espressivo rispetto al precedente "Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali" del 1996). In realtà, il risultato, spero inconsapevole, dell'anglicizzazione dei nomi delle leggi è l'esatto opposto di quanto immaginato da "Linkiesta". I nomi inglesi non fanno altro che confondere i cittadini sul contenuto delle norme, giocando sulla nebulosità, ma anche sul forte potere attrattivo, di espressioni poco note e non immediatamente comprensibili. È un fenomeno che dura da qualche anno e che sembra costituire il nucleo di un nuovo politichese, costituito non più di strategie dell'attenzione e di crisi degli schemi bipolari, ma di spending review, quantitative easing, foreign fighters, spread, jobs act, Foia. Che sia una mossa vincente è tutto da vedere. Temo che agli strateghi della comunicazione del governo Renzi siano sfuggite alcune novità degli ultimi tempi. Qualche mese fa è stata lanciata in internet una petizione per chiedere che «l'Accademia della Crusca inviti formalmente il Governo e le Pubbliche Amministrazioni, gli esponenti dei media, le associazioni imprenditoriali a impegnarsi per promuovere l'uso dei termini italiani in ogni occasione in cui farlo sia sensato, semplice e naturale» (e, con buona pace di "Linkiesta", tra i termini inglesi oscuri che oggi inutilmente ricorrono nei discorsi della politica e nei messaggi dei mass media veniva citato proprio "Jobs act", ritenuto facilmente sostituibile con "legge sul lavoro"). Questa petizione è stata firmata da 68.885 persone, un numero molto significativo: sono rare le petizioni che raggiungono un numero di sostenitori più elevato. Ciò significa che parallelamente alla diffusione sempre maggiore di anglicismi, soprattutto nel mondo economico e politico, sta crescendo nella comunità dei parlanti un moto di reazione, altrettanto diffuso, quale non si era visto fino a questi anni. Non sono certo che alla comunicazione di Renzi e renziani convenga proseguire nella sua provinciale esterofilia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA