Il cardinale Pulji„: «Cattolici dimenticati da Europa e Usa»

di Giovanni Vale wZAGABRIA Nella chiesetta di Sivša, nella Bosnia nord-orientale, una sessantina di giovani ascoltano con attenzione la predica del cardinal Vinko Pulji„, arrivato espressamente da Sarajevo per celebrare la cresima. Alla vigilia dalla visita di Papa Francesco nella capitale bosniaca, l'arcivescovo di Sarajevo è in trasferta in questo paesello, nel tentativo di riunire e motivare la sua comunità, radunata nel sagrato illuminato dal sole. «Sono sempre in viaggio per assicurare il mio appoggio ai fedeli», afferma Don Pulji„ alla fine della messa, mentre si rifugia al fresco nella sacristia. «Sono responsabile di una grande diocesi, con oltre 150 parrocchie - illustra il cardinale - ma se prima del conflitto avevo più di 528mila fedeli, ora ne rimangono solo 185mila». Un crollo demografico che riguarda tutta la Bosnia: negli ultimi vent'anni, il numero dei cattolici (o croati, poiché le due definizioni si sovrappongono nella pratica) è passato da 820mila a 550mila. «Soltanto nel 2014 la mia diocesi ha perso 8mila fedeli», ammette Pulji„ sconsolato. L'arcivescovo di Sarajevo conosce a memoria le cause di quest'esodo: la guerra, che ha fatto migliaia di profughi (partiti soprattutto in Croazia), ma anche la mancanza di lavoro e di prospettive; e infine quella che Pulji„ definisce la «sporca politica» nata, paradossalmente, con la pace. «Le discriminazioni che colpiscono oggi la nostra comunità sono iniziate con gli Accordi di Dayton», racconta l'ecclesiastico, che prende di mira il trattato che ha istituito l'attuale Bosnia-Erzegovina, composta da due entità (la "Republika Srpska" a maggioranza serba e la "Federacija" croato-musulmana). «Con Dayton, la pulizia etnica è stata di fatto legalizzata nella parte serba e 200mila cattolici non hanno più potuto farci ritorno. Mentre nella Federazione, i musulmani controllano oggi tutti i posti di potere e i cattolici hanno difficoltà a trovare lavoro». Il grido di allarme di Vinko Pulji„ è chiaro: delle tre comunità che compongono questo giovane Stato, i cattolici sono i meno numerosi e quindi i più discriminati. «Le faccio un esempio: dopo la guerra, mi ci sono voluti 12 anni per ottenere il permesso per costruire una chiesa a Sarajevo, perché le autorità musulmane me lo rifiutavano», si lamenta il cardinale. «L'Europa e gli Stati Uniti si sono dimenticati della Bosnia e dei suoi cattolici, ma il Papa, con il suo gesto, ci aiuterà a diventare un paese normale», conclude Pulji„ improvvisamente pieno di fiducia. Dopo un'ora sulla strada che da Sivša porta a Sarajevo, e che attraversa la complicata frontiera tra "Republika Srpska" e "Federacija", si entra nella capitale. I cartelli bianchi e gialli annunciano l'arrivo del Santo Padre e recitano "Mir vama", ovvero "La pace sia con voi". In centro, alla cattedrale del Sacro cuore, una settantina di fedeli escono dalla messa. «Non ci sentiamo discriminati, ma soli - dice Liliana, nata a Sarajevo e oggi in pensione - Delle mie due figlie, una vive in Austria e l'altra in Canada e ho molti amici nella stessa condizione». Le tre signore che l'accompagnano sono dello stesso avviso: «Viviamo una vita normale, ma siamo in pochi», ammettono prima di ripartire lungo via Ferhadija. ©RIPRODUZIONE RISERVATA