Come cresce l'italiano dalle frasi dei writer alla scrittura digitale

di MICHELE A. CORTELAZZO Per molti studiosi dell'italiano, storia della lingua italiana significa Bruno Migliorini: sia perché è stato il primo professore a tenere una cattedra di quella materia (dal 1938, a Firenze), sia perché sua è stata la sintesi su cui la maggior parte di noi, studiosi dell'italiano, si è formato: la "Storia della lingua italiana" edita da Sansoni nel 1960, in concomitanza con il convenzionale millenario della lingua italiana (è del 960 il primo documento sicuramente volgare tramandato ai posteri, il Placito di Capua). È un'opera monumentale, in generale e per i tempi in cui è stata scritta, prima dell'ampio sviluppo che hanno avuto gli studi sulla nostra lingua grazie all'opera di Maria Corti, Gianfranco Folena, Maurizio Vitale, Gianluigi Beccaria, Alfredo Stussi, Maria Luisa Altieri Biagi, Francesco Sabatini, e poi Luca Serianni, Pier Vincenzo Mengaldo e delle loro scuole (solo per citare alcuni dei più eminenti storici della lingua). Ma nessuno si è più azzardato a scrivere, da solo, una storia della lingua italiana, anche se le nostre conoscenze si sono sempre più allargate e raffinate. Ci sono stati, sì, manuali per la didattica universitaria (il più diffuso dei quali è quello di Claudio Marazzini, ora presidente dell'Accademia della Crusca, "La lingua italiana. Profilo storico", edito dal Mulino nel 1994, e più volte aggiornato), ma non sintesi ad opera di un singolo autore paragonabili a quella di Migliorini. Nel 1993-94 Einaudi ha dato alle stampe una "Storia della lingua italiana" in tre volumi, curata da Luca Serianni e Pietro Trifone, scritta dagli studiosi più affermati e più promettenti di quegli anni. Ora, nel 2014, Carocci ha pubblicato un'altra opera in tre volumi (uno dedicato alla poesia, uno alla prosa letteraria, uno all'italiano dell'uso) dal titolo "Storia dell'italiano scritto". L'hanno curata tre quarantenni, Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese, Lorenzo Tomasin. L'hanno scritta 28 studiosi quasi tutti appartenenti alla stessa generazione dei curatori (fanno eccezione due grandi maestri, Luca Serianni e Maurizio Dardano, che hanno redatto, rispettivamente, i capitoli sulla lirica e sul romanzo). Tra tutti, cito Fabio Romanini, dell'Università di Trieste, autore del capitolo sulle forme brevi della prosa letteraria. Questo dell'età di curatori e autori è il primo tratto caratteristico dell'opera. Possiamo certamente dire che i tre volumi, dall'ampiezza complessiva di 1600 pagine, offrono ai lettori l'idea che della lingua italiana e della sua evoluzione hanno i giovani studiosi della materia (con la semantica del tutto particolare che "giovane" ha nella nostra università, nella quale appaiono giovani studiosi che, ormai, si avviano alla cinquantina). È il punto di vista, quindi, degli studiosi che vivono una fase matura ma al tempo stesso ancora creativa, innovativa e in qualche caso positivamente spregiudicata della propria carriera scientifica. Il loro intento è stato quello di proporre ai propri colleghi, ma soprattutto agli studiosi di altre discipline e al pubblico colto, una visione d'insieme delle prospettive che si sono aperte negli ultimi anni per lo sviluppo degli studi sulla lingua italiana. La seconda caratteristica saliente del volume è il riferimento, esplicito e programmatico, alla lingua scritta. La chiave attraverso la quale gli ideatori prima, gli autori poi hanno analizzato lo sviluppo della lingua italiana è stata quella dei generi della produzione scritta in lingua nazionale: dai generi più tradizionali, come la lirica e il romanzo già citati, ma anche i volgarizzamenti, la drammaturgia, l'autobiografia, a generi meno sorretti da una stabile tradizione storiografica, come la paraletteratura, le trascrizioni del parlato, le cosiddette "scritture esposte" (per es. epigrafi o scritte sui muri), la scrittura digitale. È un'assunzione forte, ma giustificatissima. Come dicono i curatori nell'introduzione «esiste un nesso molto forte tra l'italografia (lo scrivere in italiano) e l'italofonia (il parlare in italiano)». Questo nesso può essere visto da due prospettive diverse: da una parte si può sostenere che per secoli l'italiano è stato prevalentemente lingua per la scrittura; dall'altra, però, si può riconoscere che dietro ogni forma di scrittura in italiano ci deve per forza essere una forma, per quanto marginale o embrionale, di italiano parlato. E, se gli studi degli ultimi tempi hanno documentato precoci testimonianze di scritture di semicolti in una lingua che, se non è ancora l'italiano come lo consideriamo correntemente, non è neppure una lingua locale, così possiamo anticipare almeno al Cinquecento la «diffusione di una comunicazione parlata diversa (nelle intenzioni e nella forma) dal dialetto». Vi è, poi, una terza caratteristica dei volumi, che esula dalla fisionomia degli autori o dai contenuti dell'opera, ma riguarda l'editore. Ad essersi assunto l'impegno, e l'onere, di offrire alla cultura italiana uno strumento così importante è stato l'editore Carocci di Roma, che ha confermato, con questo, di essere uno dei più rilevanti e seri editori universitari italiani. Ma proprio in questo periodo Carocci vive una crisi profonda, che ha portato la proprietà (la stessa del Mulino, altra grande casa editrice universitaria) a licenziare 17 dipendenti su 32. Molte donne e molti uomini di cultura hanno aderito a un appello scritto da Alberto Asor Rosa, Tullio De Mauro, Adriano Prosperi, Luca Serianni per il rilancio della casa editrice e il ritiro dei licenziamenti. Uno dei motivi addotti dai firmatari è che Carocci «ha avuto il coraggio di accogliere progetti innovativi, ha seguito con partecipazione e costanza il mondo dell'insegnamento universitario cogliendone di volta in volta stimoli e proposte, pur muovendosi in una fase di complessa e difficile trasformazione». Ecco: la Storia dell'italiano scritto è uno degli esempi migliori di questa affermazione che, in sé, potrebbe apparire una pura dichiarazione retorica. ©RIPRODUZIONE RISERVATA