La stretta anti jihadisti subisce un nuovo rinvio

di Fiammetta Cupellaro wROMA Ancora nulla di fatto per le misure anti terrorismo messe a punto, ormai da settimane, dagli esperti del Viminale e del ministero della Giustizia. Materia considerata "urgente" quella contenuta nel nuovo pacchetto sicurezza, confluito in un decreto legge proprio per la volontà di accelerazione mostrata dal governo di dare una stretta al pericolo jihadista. Ma per la seconda volta, in pochi giorni, le misure sono rimaste sul tavolo di Palazzo Chigi. Se ne riparlerà il 28 gennaio. A questo punto, il provvedimento, che contiene tra l'altro anche le tanto attese misure contro i foreign fighters, i terroristi che vivono in Europa dopo essere stati addestrati nei campi di al Qaeda e dell'Is diventa un caso. I problemi che hanno ostacolato l'approvazione "urgente" delle misure sarebbero diversi. Uno, prettamente di "galateo istituzionale". In assenza del Presidente della Repubblica a controfirmare il testo è il presidente del Senato, Pietro Grasso che però utilizza questo potere in casi molto limitati. Per questo motivo c'era stato il primo rinvio. Si era infatti deciso di far confluire in un unico testo i provvedimenti sul terrorismo del Viminale e per il rifinanziamento delle missioni internazionali che stavano preparando al ministero della Giustizia e non erano ancora pronti. Ma dietro lo slittamento ci sarebbe anche un problema di coperture finanziare. Nel provvedimento avrebbero dovuto trovare spazio anche le misure per potenziare l'intelligence, come le garanzie per gli 007 che lavorano sotto copertura e lo stanziamento di risorse per l'assunzione di investigatori digitali e di strumentazione cyber. "Armi" indispensabili per combattere la sfida jihadista. Procure e forze dell'ordine continueranno dunque a ricercare potenziali terroristi e infiltrati con le misure di cui dispongono. Almeno per il momento. L'ultimo è un albanese di 30 anni arrestato ieri all'aeroporto di Catania. L'uomo che aveva in tasca una pen-drive dove aveva salvato alcune foto di lui con un'altra persona mentre imbracciavano kalasnhikov, il mitragliatore con cui i fratelli Kouaci e Amedy Coulibaly hanno compiuto la strage di Parigi, voleva imbarcarsi su un volo per Londra con un documento falso. Secondo gli uomini della polizia di frontiera, l'uomo non sarebbe un "cane sciolto", ma farebbe parte di un'organizzazione. In tasca aveva due biglietti aerei: uno per Bucarest l'altro per Londra, entrambi con regolari carte di imbarco stampate via internet. Prima, si è presentato con il suo passaporto originale al check-in del volo per la capitale della Romania, con il quale è riuscito a passare i controlli di sicurezza. Qualcosa però ha insospettito gli agenti che hanno compiuto ulteriori controlli. È emerso che l'albanese, il 13 gennaio, aveva tentato di partire da Malpensa per Londra, presentando un documento falso. A quel punto l' hanno seguito. Così hanno scoperto che invece di dirigersi al gate per Bucarest, l'albanese ha imboccato quello per Londra dove ha mostrato una carta di imbarco valida, ma accompagnata da un documento falso intestato ad un cittadino italiano. È proprio su questo documento, in cui era stata cambiata la foto ed erano stati contraffatti alcuni dati personali, si concentra l'attenzione degli investigatori. La carta d'identità, apparterrebbe ad un uomo residente in provincia di Varese che non ne avrebbe denunciato la scomparsa. Ma non solo. L'inchiesta aperta dalla procura di Catania punta ad accertare la provenienza del materiale trovato sulla pen-drive dove non c'erano solo le foto con il kalashnikov, ma diversi file contenenti documenti d'identità di varie nazionalità. Alcuni addirittura in bianco con la foto dell'albanese già inserita. Diventa invece un mistero la sorte dello studente turco della Normale di Pisa espulso a dicembre dall'Italia per presunte simpatie jihadiste. Furkan Semih Dundar di 25 anni, non si troverebbe in Turchia. Lo dice lui stesso, inviando alle redazioni una email: «La mia situazione è così straordinaria che non sarei sorpreso se un giorno mi vedessi offrire la cittadinanza italiana», spiega il giovane che si dichiara nemico dei jihadisti. Dundar racconta di essere nel mirino dei servizi di intelligence turchi (Mit) già prima di arrivare in Italia e che, per paura, non rivela il luogo in cui si trova. Tra le accuse rivolte al giovane in Italia, c'è quella di aver inviato email con minacce e annunci di attentati alla Cia e alle autorità italiane. «È stato un equivoco - spiega -. All'inizio volevo che la Cia mi aiutasse. Poi, però ho cominciato a scrivere lettere sempre più provocatorie indirizzate anche ad altri siti istituzionali. Perché? Volevo farmi arrestare. Sono contento sia finita. Tutto quello che volevo, era stare tranquillo con la mente libera per studiare senza essere trattato come un nemico». ©RIPRODUZIONE RISERVATA