«Nell'Isontino c'è un forte sentimento anti-industriale»

Il combustibile primario della centrale doveva essere costituito da biomassa legnosa vergine, composta da cippato di opportuna pezzatura ottenuta con un procedimento meccanico. L'impianto avrebbe funzionato a ciclo continuo per circa 7.500 ore/anno consumando 8.500 tonnellate di biomassa. Si prevedeva di conferire il cippato alla centrale mediante vagoni ferroviari, utilizzando la linea interna al sito di proprietà della ditta proponente. Ma il Consiglio comunale ha "stoppato" di recente l'iniziativa imprenditoriale. Troppe le perplessità e troppi i dubbi riguardo l'impatto sulla qualità dell'aria e riguardo anche all'impatto acustico, nonostante le rassicurazioni di Roitz. di Francesco Fain «Ormai si è diffuso un forte sentimento antindustriale». Lo dice con piena consapevolezza Flavio Flamio, direttore generale designato di Confindustria Venezia Giulia (nata dalla fusione delle associazioni di Gorizia e Trieste). L'occasione per quest'amara riflessione viene dal recente voto negativo espresso dal consiglio comunale di Gorizia sulla compatibilità urbanistica della centrale a biomasse di via Trieste: un impianto proposto dalla Rail Services srl di Enrico Roitz che avrebbe prodotto una potenza elettrica immessa in rete lorda pari a 993 Kw e una potenza termica di circa 3,860 MWt. «Su questo tema - dichiara Flamio - vorrei fare solo due considerazioni. La prima è che ormai si è diffuso un forte sentimento antindustriale. Si tratti di Monfalcone, Gorizia o Grado nessuno (politici, cittadini) vuole più attività industriali. Si sopportano quelle che ci sono (imprenditori "vampiri" e amministratori delegati "prepotenti" è quello che si legge sui giornali), ma se si potesse farne a meno sarebbero più felici: strade meno intasate da mezzi pesanti e marciapiedi sgombri da lavoratori non autoctoni. Quasi nessuno si rende conto che solo il settore industriale può riassorbire una parte dei quasi 15.000 disoccupati che fra breve questa provincia conterà: non certo gli altri comparti, che hanno numeri molto più poveri. Così come nessuno, e a volte nemmeno gli amministratori locali, si rende conto che l'industria lascia sul territorio (Regione, Provincia e Comune) cifre enormi rappresentate dai decimi di ogni imposta e tassa pagata dall'attività produttiva e sui salari corrisposti, per tacere dell'indotto sulle altre attività economiche, a loro volta fonte di imposte e tasse e quindi entrate per gli enti locali. Le strade sulle quali transitano i mezzi pesanti e i marciapiedi intasati da lavoratori non autoctoni, con quali soldi vengono realizzati? Quindi, per prima cosa, i politici e i cittadini decidano se fare impresa (non solo industria!) rappresenta un valore per la società, ovvero se è solo fonte di seccature; nel qual caso, date alla società un progetto alternativo per il reddito e per l'occupazione. Ma che sia credibile, sostenibile e raggiungibile». Ed ecco la seconda considerazione, collegata alla prima, ma per certi aspetti ben più grave. «Riguarda i cittadini, e purtroppo in molti casi anche i politici, ed è incentrata sull'esercizio del dissenso. Chiunque può dire "no" a qualsiasi cosa per motivi etici, religiosi, per convinzioni personali. Ma, quando si tratta di atti amministrativi, le cui procedure e i cui contenuti sono stabiliti da norme, quando queste siano rispettate e quando i tecnici preposti hanno dato parere favorevole, allora non si può dire "no". O si dimostra inequivocabilmente che le leggi, le norme, le prescrizioni sono state violate, e quindi si va dal giudice, oppure si dice "sì". Credo sia la regola basilare della democrazia: rispettare le leggi esistenti. Se un cittadino o, peggio, un politico, decide di farsi una legge personale, che supera quelle che tutti insieme ci siamo dati, allora veramente siamo all'anarchia, al caos. Questo, purtroppo, sta succedendo. Assistiamo ad una serie di "no" pregiudiziali, espressi da persone qualsiasi, comitati spontanei, associazioni nate il giorno prima, che ignorano le norme, ma che sono capaci di esercitare una pressione politica della quale l'amministratore, pressato dalle imminenti elezioni, ovviamente terrà conto. Con il risultato che tutto rimane fermo, tranne il tasso di disoccupazione, il quale invece cresce. E ciò vale per Gorizia, quanto per Monfalcone, Grado e per tanti altri territori. Rifletteteci: ne va del futuro della società». ©RIPRODUZIONE RISERVATA