Senza Titolo

di Giovanni Vale wEDIMBURGO La leggenda vuole che i condannati a morte venissero in questo pub a bere l'ultimo bicchiere prima dell'esecuzione. Il nome non potrebbe essere più azzeccato: "The Last drop". L'ultimo goccio. Siamo a Grassmarket, la piazza rettangolare ai piedi del castello di Edimburgo. Mancano ancora quattro ore alle chiusura dei seggi elettorali prevista per le 22 e fa ancora abbastanza caldo per sedersi all'aperto. A un tavolo, un gruppo di giovani arrivati dal Quebec e dal Paese basco discutono dell'autodeterminazione dei popoli e delle sorti della Palestina. Sono venuti per veder nascere la Scozia indipendente e capire come si fa una secessione ben riuscita. I messicani seduti di fronte sono in vacanza, ma comunque interessati al referendum. Da loro - raccontano - è vietato vendere alcolici 24 ore prima di ogni elezione, tanto che la gente fa la scorta per festeggiare l'esito. In Scozia, invece, i pub hanno ottenuto un'estensione degli orari di apertura e stanotte non dovrebbero chiudere prima delle sei. La viuzza che porta da Grassmarket alla Chiesa di Sant'Egidio è tutta in salita. Gli uffici elettorali sono ancora aperti e sulla porta i militanti del Sì e del No distribuiscono gli ultimi volantini. La campagna elettorale continuerà fino all'ultimo e sul piazzale della Chiesa i catalani sono venuti a dar man forte agli indipendentisti. «Siamo arrivati ieri, non potevamo non esserci», racconta Roger, 39 anni, partito in macchina da Arenys de Munt, a 2 mila chilometri da qui. Hanno acceso decine di candele con i colori della Catalogna e della Scozia e ora chiacchierano tra di loro. «Sono contentissimo che siano qui», ci dice un ragazzone di Edimburgo seduto a un tavolo alla Deacon Brodie's Tavern, il pub dietro l'angolo, dedicato a Dottor Jekyll e Mr. Hyde. «Tutta la stampa è contro di noi, almeno loro ci danno una mano!».Sono ormai passate le dieci e la BBC comincia a trasmettere i primi commenti del dopo voto, in attesa che lo spoglio cominci. Nell'accogliente salone del Whiski, un ristorante sul Royal Mile, i clienti mangiano haggis, gettando di tanto in tanto un'occhiata distratta alla televisione accesa. «Io sono arrivato in macchina, ma i miei amici hanno preso l'aereo», racconta Stefan, 24 anni, che è venuto direttamente dall'Austria per il referendum. Sono almeno in nove attorno al tavolo, tutti portano calzettoni bianchi fino al ginocchio e una divisa beige. «Per noi è importante essere qui, sai... per il Sud Tirol. Vorremmo un referendum così» dice Stefan. Dal Whiski, un piccolo gruppo si sposta al Brass Monkey, un altro pub nei dintorni dell'università. Anche qui, la televisione è accesa, ma è ancora troppo presto per conoscere i risultati. All'una, in ogni caso, il pub chiude. Lentamente, i giovani vagabondano verso il parlamento scozzese, alla fine del Royal Mile, dove si è radunata una grande folla, anche se nessuno sembra davvero seguire lo spoglio. Mentre due ragazze si gettano nella fontana, altri intonano "I'm Gonna Be (500 Miles)" dei The Proclaimers, un gruppo scozzese di Leith. Tutti i presenti sono per il Sì, gli unionisti devono già essere andati a letto. Dal parlamento, dove la festa continua disordinata e chiassosa, ci incamminiamo verso il Kilkerdin, un pub che - a detta di qualcuno - resterà aperto fino alle sei e dove c'è una televisione. Fuori dal pub, però, almeno trenta persone fanno già la fila, mentre sul Royal Mile passano ogni tipo di indipendentisti: c'è la signora che porta una tuta attillata con i colori della Scozia, c'è la macchina che trasporta una statua della libertà blu alta due metri e c'è pure il tipo che si guarda Braveheart sullo smartphone. Passiamo almeno mezz'ora in coda, poi il barista esce e dice che all'interno non c'è più posto e che comunque i vicini si sono già lamentati del rumore con la polizia. Fine della festa, si risale verso un Fish & Chips. Nel frattempo, i pompieri spengono un cassonetto dell'immondizia che qualcuno ha dato alle fiamme, probabilmente per noia. «Ragazzi, da che parte di Italia venite?» ci interpella Ian in un italiano perfetto. Pantaloni corti, camicia e cravatta, quest'inglese di mezz'età arriva dal Lake District, 300 chilometri a sud di Edimburgo: «Ho vissuto per qualche mese a Bologna e stavo con una ragazza italiana». Stufo del governo di Londra, Ian spera in una vittoria del Sì. Ci offre un morso del Mars fritto che ha appena comprato e decide di seguirci alla ricerca di un pub aperto con televisore. Per strada, la moglie gli manda un sms: «Vai pure a letto, ha vinto il No». Ma nessuno gli crede e si continua a camminare. Quando arriviamo al Forest café, sono ormai le tre passate e la nebbia è già scesa su Edimburgo. Le prime sezioni sono state scrutinate e il No è in testa col 57,8% dei voti, il Sì è al 42,2%. I baristi servono solo tè o caffè americano e le sedie sono tutte occupate. Resistiamo meno di un'ora, il tempo di veder arrivare i risultati della città di Inverclyde, che portano il No al 54,8% e il Sì al 45,2%, poi qualcuno propone di andare a guardare la tv a casa di amici. Ian ci pensa su un attimo e taglia corto: «Torno a casa, tanto in tre ore sono là». Verso le quattro di mattina, la nona contea è scrutinata e la distanza tra No e Sì si accorcia: 50,2% contro 49,8%. La suspense dura meno di dieci minuti, ma il divario si allarga di nuovo. Alle cinque, Nicola Sturgeon, la vice primo ministro scozzese, ammette la sconfitta e si esce in strada a prendere una boccata d'aria. È l'alba. La Scozia ha votato No e sulla palazzina di fronte sventolano ancora le bandiere indipendentiste. ©RIPRODUZIONE RISERVATA