La Scozia vota no «Restiamo uniti»

di Maria Rosa Tomasello wROMA Il Regno resta Unito. Il 55,3% degli scozzesi, oltre due milioni di persone, dice "no" all'indipendenza, e sceglie la regina, il governo di Londra e la sterlina, com'è ormai da trecento anni. Dalla firma dell'Act of Union, nel 1707. La Union Jack, la bandiera simbolo, una delle icone pop più famose al mondo, è salva. Il referendum che il premier nazionalista di Scozia Alex Salmond aveva definito «l'occasione di una vita», la scelta storica tra l'abbraccio e il divorzio, si conclude con la sconfitta dei secessionisti, che smentendo i sondaggi fin troppo benevoli degli istituti di ricerca, beffati dai bookmaker, si fermano al 44,7% (1.617.989 voti) in un giorno in cui va alle urne l'84,59% degli aventi diritto, nuovo record di affluenza. È un risultato che, letto in superficie, appare di conservazione: a votare in massa per il "sì" sono i giovanissimi, il 71% dei ragazzi tra i 16 e i 17 anni per la prima volta alle urne, mentre tra gli over 65 stravince il "no" (73%). La capitale Edimburgo vota in larga maggioranza per il "no" (61%), mentre Glasgow, la più grande città del Pase, per anni roccaforte dei laburisti, sceglie l'indipendenza (53,5%). Dopo una campagna lacerante Elisabetta II, tira finalmente un sospiro di sollievo e chiama tutti all'unità: «Non ho dubbi che gli scozzesi siano in grado di esprimere le loro forti convinzioni per poi tornare di nuovo insieme in uno spirito di sostegno e di rispetto reciproco» afferma in un messaggio inviato dalla residenza scozzese di Balmoral. Nonostante la differenza di opinioni, afferma la sovrana, «abbiamo in comune un amore duraturo per la Scozia, che è una delle cose che aiuta a tenerci uniti. Ora andiamo avanti». Sono da poco passate le 7, e il risultato è ormai delineato, quando Salmond riconosce ufficialmente «la scelta democratica degli scozzesi», per lui una sconfitta, e chiede a Londra di onorare l'impegno di maggiore autonomia. Il referendum, sottolinea, è stato «un messaggio forte» ma ora «dobbiamo andare avanti uniti». Dieci ore dopo, alle 17, in una conferenza stampa a Edimburgo, annuncia le proprie dimissioni da premier e da leader dello Scottish national party e punta il dito contro il primo ministro inglese David Cameron, accusandolo di non rispettare le promesse: «Oggi si è rifiutato di impegnarsi per una seconda lettura a Westminster di una legge per maggiori poteri alla Scozia entro il 27 marzo 2015, una promessa fatta da Gordon Brown nella campagna referendaria. Ho il sospetto che non riesca a garantire il sostegno del suo partito». Salmond formalizzerà le sue dimissioni a novembre: «Non ci sarà un nuovo referendum nel prossimo futuro - conclude - Il mio tempo come leader è finito, ma per la Scozia la campagna per l'indipendenza va avanti. Il sogno non morirà mai». Per Cameron è il trionfo dopo le polemiche seguite alla decisione di far celebrare il referendum che avrebbe potuto frantumare il Regno Unito. «Gli scozzesi hanno lasciato un Paese di quattro nazioni unito, e ne sono felicissimo» dichiara il premier davanti alla porta di Downing Street, la sua residenza di Londra, confermando che il voto è stato un passo di «democrazia» che andava fatto, confermando agli scozzesi che «avranno più poteri sulla gestione dei loro affari» e annunciando a sorpresa che la devolution varrà «anche per gli abitanti di Inghilterra, Galles e Irlanda del nord». Una nuova bozza legislativa per conferire ulteriori poteri a Edimburgo «sarà pronta a gennaio». Ma la questione indipendenza, sottolinea, «è stata risolta per una generazione, o come ha detto Salmond, per una vita. Insieme siamo migliori». Ma la via delle riforme è in salita, con il leader laburista Ed Miliband che contesta il piano di Cameron. ©RIPRODUZIONE RISERVATA